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Di Vittorio L'anarco-riformista

Adriano Guerra sull'Unità del 21/7/04

Il Di Vittorio di Antonio Carioti non è una biografia. È un ritratto. E il fatto che sia uscito nella collana sulla «identità italiana» che Ernesto Galli della Loggia dirige presso il Mulino, aiuta a considerarlo tale. Un quadro, appunto, disposto in una parete ove si allineano gli altri ritratti - Giuseppe Verdi, Cavour, Giordano Bruno, ma anche Coppi e Bartali, e ora anche Montanelli, e la Dc, e l’Autostrada del sole, ecc. - che nel loro insieme dovrebbero dirci cos’è questo nostro paese.  

Ma ci sta questo ritratto di Carioti nella galleria di Galli della Loggia? La risposta può essere affermativa se, lasciando da parte una definizione del «carattere» degli italiani avente alla base la ricerca di dati unificanti costruiti sulle leggende - e sulla realtà che certamente anche nelle leggende, come nelle visioni di maniera, si esprime - dell’«italiano medio» o tipico (quello dei film di Sordi per intenderci), si punta a mettere in primo piano il «carattere» delle personalità, degli oggetti, dei luoghi, che hanno concorso, portando ciascuno un contributo particolare, a farci diventare quello che siamo.

Di Vittorio però non sta negli schemi. È Garibaldi ma è anche Cavour. È un bracciante pugliese analfabeta ma è anche, a Parigi nel 1937 - come Carioti ci ricorda - direttore di un giornale, La Voce degli italiani, da lui trasformato in un foglio straordinariamente innovativo nei contenuti come nell’impaginazione. È certamente un anarchico intransigente ma è anche uomo del gradualismo e delle riforme. E ancora: è un militarista interventista e un pacifista. Uno stalinista ed un esponente del comunismo democratico.

E si potrebbe continuare parlando di un uomo che è stato paragonato da Bassolino a Padre Pio e nel 1956, nei giorni dei «fatti polacchi» e della tragedia ungherese, da Italo Calvino a un possibile «Gomulka italiano». Certo - va chiarito - stiamo parlando non già di un cammino dalle «malattie infantili» alla maturità, ma di contraddizioni reali, di passaggi di fronte repentini che Carioti elenca mostrandoci però - e qui sta il pregio maggiore del libro - la sostanziale «coerenza di fondo» di una vita vissuta all’interno dei grandi drammi del secolo scorso.

Su alcuni nodi - e si può davvero parlare trattandosi di Di Vittorio, di nodi di contraddizioni - quelli riguardanti in primo luogo il passaggio dall’anarco-sindacalismo all’adesione al partito comunista, la sintesi proposta dall’autore appare convincente: Di Vittorio è stato di fatto - come racconta Carioti - un «anarco-sindacalista» del tutto anomalo. Basti dire che quando avrebbe dovuto operare sempre, anche attraverso la scissione con la rivale centrale sindacale socialista, nella prospettiva del «grande sciopero generale espropriatore», si schierò per la difesa «ad ogni costo» dell’unità dei lavoratori (per cui nelle Puglie non vi fu scissione). In quegli stessi anni - va aggiunto - puntò sempre sulla «concretezza delle rivendicazioni» e, ancora, non disdegnò mai di cercare soluzioni attraverso la via delle trattative. Quando poi si trattò di compiere scelte politiche appoggiò decisamente Salvemini e i candidati socialisti.

Certo la sua formazione è avvenuta sotto il segno del «sindacalismo rivoluzionario» e alcuni elementi formativi di quella prima fase non vennero mai abbandonati. Di «coerenza di fondo» in riferimento a Di Vittorio sindacalista si può però parlare perché, seppure in un quadro diverso, quel suo iniziale porre in primo piano l’unità dei lavoratori e l’unità sindacale, lo ritroveremo intatto, nel 1947-48, nella ostinata battaglia per impedire la scissione della Cgil. E lo ritroveremo anche quando, intervenuta la scissione, operò per limitarne i danni e per impedire rotture ancora più gravi nel tessuto più profondo del paese.

È in questo scenario che vanno viste e giudicate le iniziative avviate dalla Cgil di Di Vittorio: dal lancio del «Piano del lavoro», all'atteggiamento assunto di fronte al piano Marshall, alla Cassa del Mezzogiorno, al «Piano Saraceno», allo «Schema Vanoni». Lo scopo era quello di coinvolgere, in difesa degli interessi nazionali insieme a quelli dei lavoratori, gli altri sindacati e le forze politiche di governo e di opposizione. E queste iniziative sono state portate avanti senza mai abbandonare la difesa dei salari e delle pensioni contro un padronato che ha trovato spesso nel ministro Scelba e nella sua polizia (non ha paragoni con nessun paese dell’Europa occidentale - ha notato Carioti - il tributo di sangue pagato in quegli anni dai lavoratori italiani) il sostegno ad una politica di chiusura e di cieca difesa di privilegi di casta.

L’autore si è chiesto se quelle iniziative sui temi della politica economica, condotte a volte «oltre il limite della ragionevolezza», nel tentativo - si potrebbe dire - di trattenere al di là delle frontiere quella divisione del mondo in campi contrapposti che era divenuta una realtà a livello mondiale con l’avvio della guerra fredda, non siano da considerare disperate e assurde. L’interrogativo è legittimo e a provarlo c’è anche la diffidenza e l’ostilità con le quali le iniziative di Di Vittorio sono state spesso accolte all’interno della sinistra. Né ad avanzare critiche erano soltanto nel Pci i sostenitori più accesi della linea «blocco contro blocco» che invitavano a prendere «realisticamente» atto che nel mondo diviso della guerra fredda, non c’era spazio per «terze vie», neutralismi, «vie nazionali» e politiche di «unità nazionale». Anche, e anzi soprattutto, Amendola è stato il più assiduo interlocutore critico di Di Vittorio che per contro ha trovato spesso un deciso sostegno in Togliatti.
Comunista anomalo dunque il segretario della Cgil? Più volte, e non su questioni di poco conto - basti pensare al «no» nei confronti del patto Molotov-Ribbentrop del 1939 e alla posizione presa nel 1956 nei confronti della rivolta ungherese - Di Vittorio si è trovato in netto contrasto col suo partito. Dopo la posizione presa sul «patto» solo le vicende della guerra hanno impedito che, rimasto senza più collegamenti coi compagni, venisse allontanato dal partito. Una volta in Italia ha pensato per qualche tempo di non avere altro futuro che nelle Puglie. Solo a poco a poco ha potuto tornare a far parte del gruppo dirigente del Pci.

Nei giorni infuocati d’Ungheria - per ricordare l’ultimo drammatico episodio della sua vita di militante - è stato colui che, nel duro confronto con Togliatti, ha rappresentato, seppure per un attimo e per una minoranza, la bandiera di una possibile alternativa radicale del partito basata sullo «strappo» nei confronti dell’Unione sovietica.

Disperata e perdente anche quest’ultima battaglia? Per certi aspetti sicuramente si. Tuttavia, se si guarda all’intero cammino di colui che è stato forse l’ultimo «eroe popolare» della nostra storia, si deve riconoscere che a rendere non assurde ma anzi realistiche le battaglie di Di Vittorio dirette a tenere alte le bandiere unitarie, non c’era affatto - su questo punto credo non siano del tutto accettabili i giudizi di Carioti - la sottovalutazione della realtà, e delle leggi, del «campo». Quasi che, essendoci una barricata nel mondo fra Est ed Ovest, non ci fosse stata altra scelta che quella di stare dalla parte giusta della barricata.

C’era anche la volontà di non contribuire a tenere in piedi quella barricata e cioè di contribuire a spezzare la politica dei «campi contrapposti». E questo il segretario della Cgil ha potuto fare, seppure fra grandissime difficoltà, perché il comunista Di Vittorio ha avuto come interlocutore un partito comunista, il Pci, a sua volta «anomalo»: un «singolare esempio - ha scritto Carioti - di partito costitutivamente ambiguo, leninista nella sua identità ideologica, ma via via sempre più gradualista e democratico nelle manifestazioni dell’agire quotidiano». Accanto a quello di Di Vittorio anche quello del Pci «diverso» e «anomalo», dovremmo insomma trovare fra i ritratti sulla «identità italiana». Ma non so se il curatore della galleria gradirà il suggerimento.

Ma il suo autentico erede fu Lama

di Cesare Salvi

Dal volume dei Discorsi parlamentari di Luciano Lama (Il Mulino) pubblichiamo uno stralcio dell’introduzione .

È stato detto, in modo critico, che la Segreteria di Lama ha contribuito in modo decisivo a segnare il tramonto del sindacato-movimento, caratterizzato dalla preminenza della spontaneità, e ad affermare il primato del sindacato-istituzione, caratterizzato dall’egemonia dell’organizzazione rispetto alle spinte radicali della base. Sicuramente Lama ha combattuto le visioni pansindacaliste che tendevano a sostituire con l’azione sindacale il ruolo delle istituzioni statali e dei partiti politici. Inoltre, egli ha posto il sindacato a presidio delle istituzioni democratiche in un momento in cui queste erano sotto il fuoco incrociato dello stragismo e del brigatismo. «Noi dobbiamo esplicitamente affermare - diceva Lama al Congresso di Rimini del 1977 - prima di tutto il nostro carattere di sindacato democratico che difende la democrazia e la Costituzione. Questa concezione del sindacato ci permette di operare nell’area delle grandi scelte economiche, politiche e sociali non già sottraendo ai partiti le prerogative e i poteri ad essi riconosciuti dalla Costituzione, ma arricchendo il dibattito democratico con una esperienza originale e diversa da quella di ogni partito politico e contribuendo alla formazione di rapporti di forze che spingano il paese sulla strada del progresso economico e politico».

Lama rafforzò il ruolo del sindacato come «guardiano delle istituzioni»; da questo punto di vista, si comprende bene la scelta operata dalle forze politiche di eleggerlo alla Vice Presidenza del Senato nel 1987. Resta il fatto che, lasciata la segreteria generale della Cgil, la grande risorsa rappresentata da Luciano Lama non fu utilizzata dal Pci, né poi dal Pds, come sarebbe stato possibile e giusto. Pesò certo la generale difficoltà di una riconversione all’attività politica di chi ha guidato un grande sindacato. Gli esempi in questi anni, e non solo nella Cgil, non mancano. 

Ma c’è qualcosa di più, che riguarda la specificità del punto di vista di Lama, che appariva in qualche misura estraneo alle linee di fondo sia del dibattito in corso nel Pci negli ultimi anni della segreteria di Berlinguer, sia di quello che, dopo la scomparsa di Berlinguer, portò poi alla nascita del Pds.

È noto che di Luciano Lama si parlò come del possibile segretario del Pci dopo la morte di Berlinguer. La scelta che condusse invece alla elezione di Alessandro Natta fu certamente, come ha ricordato in un recente libro Piero Fassino, una scelta di continuità rispetto agli anni di Berlinguer. Lama, secondo Fassino, era considerato con sospetto «perché troppo riformista». 

Per la verità lo stesso Lama, intervistato da Gianpaolo Pansa nel 1987, affermò la sua caratterizzazione riformista, ma rivendicò un significato forte della aggettivazione. Già allora, secondo Lama, il termine «riformista» nel Pci «non ha più il connotato negativo di un tempo». Il riformismo presente nel Pci è anzi «più vero» di quello dei «riformisti di altri partiti, che parlano di riforme, anzi vogliono essere i soli a parlarne, e si riempiono la bocca di riformismo, però le riforme non le fanno». È evidente la polemica con il Psi guidato da Bettino Craxi. L'impianto politico di Lama, in effetti, esplicitato negli scritti di quegli anni, è caratterizzato da alcuni punti forti, alcune ragioni di fondo, che costituiscono tuttora nodi non risolti per la sinistra politica italiana.