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LA FESTA
Grande folla a Rifredi, GE investirà 155 milioni di dollari
Pignone day, che orgoglio e ora arrivano anche i soldi

ILARIA CIUTI su La Repubblica 3/10/04

E´ a Rifredi, al Nuovo Pignone, spiega Paolo Fresco ex numero due di General Electric ed ex amministratore delegato Fiat, l´esempio di «buona globalizzazione». Sempre lì, secondo Fresco, si è palesato il «migliore spirito di un´Italia non nazionalistica ma aperta a soluzioni europee e mondiali»: nei primi ´90, ai tempi della pur non agile vendita, sotto il governo Amato, del gioiello dell´Eni al gigante Usa, GE. «Oggi - dice Fresco - siamo fieri del Nuovo Pignone che è un successo globale incontestato unico in Italia. Un esempio per chi, nel nostro paese, difende soluzioni nazionalistiche che non fanno bene ai lavoratori e alle aziende, che creano piccole isole provinciali invece di misurarsi sul mercato globale. Lo spirito non nazionalistico si è perso proprio ad opera di un governo che si ammanta di liberalismo».

La Firenze del Pignone, 3.500 dipendenti in Italia di cui 2.600 a Rifredi, provinciale non è. Lo dice l´ex vice presidente della multinazionale più grande del mondo (315.000 dipendenti in 100 paesi e 134 miliardi di dollari di fatturato). Ha funzionato il non sempre facile matrimonio tra il gigante con capacità finanziaria e mercati e la storica azienda fiorentina che Fresco dipinge unica per saper fare, creatività, orgoglio collettivo di vincere: «di tutti dal primo operaio all´ultimo dirigente». Lo si dice in una festa di compleanno, anch´essa originale. 

Ieri: per i 50 anni da quando la Fonderia, acquistata su sollecitazione di La Pira dall´Eni di Mattei, diventò Nuovo Pignone e leader di turbine e compressori per gas e petrolio. Si applaude Pier Luigi Ferrara, ora nonno di otto nipoti, ma, da giovane ingegnere, ideatore dei compressori del Pignone. Si applaude anche Maurizio Schiavi, l´ex capo del consiglio di fabbrica, da cui il presidente Piero Salvadori riconosce di avere imparato molto nelle «turbolenze» degli anni '70 e a cui Fresco dà atto di aver salvato, andando a Bruxelles di fronte all´antitrust, il Pignone dalla concorrente Dresser che GE nel ´94 si era incautamente portata dietro. «Lo chiamavamo Garibaldi per la gran barba rossa», ricorda.

Il sindaco Domenici è a Palermo, ma ci sono il vice sindaco Matulli, che parla di La Pira e dello «straordinario legame tra il Pignone e Firenze», il professor Piero Roggi che fa la storia degli anni ´50, l´ex presidente Lucio Lussu che traghettò il Pignone da Eni a GE. Quando Fresco fece fatica a convincere la multinazionale a comprare «questa strana azienda che era una comune gestita dal personale in maniera totalmente autonoma». Ora «comune» e GE sono insieme a giocare la sfida della convivenza tra economia globale e locale. Mentre chi vede Firenze solo come città del turismo e del commercio in pericolo di risultare polverosa scorda che a pochi metri dal centro c´è una città che produce e guadagna, che innova e vince nel mondo per tecnologia e industria. 

Le cifre parlano da sole, le dà l´amministratore delegato della divisione GE Energy Oil&Gas di cui il Pignone è capofila, Claudi Santiago: 1,5 milioni di dollari di fatturato nel 2000 che salgono a 2,8 nel 2003, 1,7 milioni di ordini che diventano 3,1. Oil&Gas crescerà ancora, promette Santiago. «Il Nuovo Pignone - dice - ha triplicato in 10 anni e ha un potenziale di mercato di 12 miliardi di dollari». GE, spiega sempre Santiago, investirà 155 milioni di dollari (69 entro il 2004 e 85 nel 2005) in nuove tecnologie. In sala applaude la Firenze ufficiale, quella dell´industria, perfino il vescovo vicario Claudio Maniago.


Pignone la Storia di Firenze

Ivan Tognarini su L'Unità 3/10/04

Porte aperte al Nuovo Pignone per celebrare - con scatti d’epoca - i 50 anni della fabbrica fiorentina. Il management di General Electric (proprietario del Pignone) ha annunciato investimenti per 155 milioni di dollari.

La Pignone è uno degli assi portanti della storia di Firenze, della sua industrializzazione e del suo divenire città moderna. Fondata nel 1840, ai tempi del granduca Leopoldo II d’Asburgo Lorena, nasce come fonderia e officina meccanica in cui effettuano esperimenti metallurgici il tecnico tedesco Federico Schenk e Giovanni Niccoli. I capitali per dare avvio all’iniziativa provengono da un fabbricante di cappelli di paglia di Lastra a Signa, Pasquale Benini, capostipite di una dinastia di ricchi imprenditori. La Fonderia del Pignone si affiancava così ai grandiosi impianti di Follonica che appartenevano alla Imperiale e Reale amministrazione delle Miniere e Fonderie del Ferro. Fu presso il Pignone che, nel 1853, venne sperimentato e costruito il primo motore a scoppio di Barsanti e Matteucci.

Dal centinaio di operai mediamente occupati nel corso dell’800, si passò ai mille, con punte anche di 2.500 durante il XX° secolo. Qui, in una situazione di simbiosi particolare tra fabbrica e quartiere (prima San Frediano, Pignone, Monticelli, poi Rifredi) nacquero i primi nuclei di classe operaia compenetrata dalle parole d’ordine del primo internazionalismo, dai germi del mutualismo e del cooperativismo, del primo socialismo. Con la grande guerra e con l’avvento del fascismo, la risposta e la reazione operaia fu sofferta e partecipata e nonostante lo sforzo del regime per imporre una fascistizzazione radicale e massiccia, molti furono coloro che si opposero e di conseguenza numerosi furono i perseguitati politici. Anche nella lotta di liberazione non mancò il contributo per combattere contro il nazifascismo e che dette vita anche ad un coraggioso sciopero, nel marzo 1944 che sfidò le mitragliatrici di repubblichini e tedeschi e costò il sacrificio di deportazioni e violenze.

Passata la guerra il lungo sforzo per la ricostruzione sembrò naufragare nel 1954 quando la Snia Viscosa, che aveva acquisito la Pignone, cominciò a licenziare ed annunciò l'intenzione di chiudere lo stabilimento. Fu allora ingaggiata una grande lotta cittadina che vide coinvolte autorità civili e religiose, a fianco dei sindacati e dei partiti politici. Il cardinale Elia Dalla Costa, ma soprattutto Giorgio La Pira, sindaco della città, Mario Fabiani e tanti altri si impegnarono con tutte le loro forze, sostenuti dall'opinione pubblica e dai lavoratori, fino alla soluzione del problema trovata nell'integrazione all'interno dell'Eni di Enrico Mattei della Nuova Pignone. Le maestranze altamente qualificate e tutto il suo patrimonio di esperienze più che secolari le permisero di specializzarsi nel campo dell’energia e realizzare grandi impianti in Africa e in Unione Sovietica. Poi, nel ‘93, l’arrivo di General Electric.


Nuovo Pignone, da Firenze al mondo

A 50 anni dal salvataggio Eni il gruppo, rilevato da Ge nel ’94, si è trasformato in un gioiello della tecnologia petrolifera

sul Sole 24Ore 3/10/04

C’ è un tempo per le privatizzazioni e uno per le nazionalizzazioni. Il successo, spesso, dipende dall’azzeccare il momento giusto. Come nel caso del Nuovo Pignone: nato per effetto della globalizzazione di alcuni settori dell’economia, alla metà del 1800, pur avendo la sede a Firenze è diventato uno dei grandi player mondiali nell’industria del petrolio, grazie all’apertura dei mercati e all’ondata di privatizzazioni di quest’ultimo decennio. 

Nella storia del Nuovo Pignone, di cui ieri è stato celebrato il cinquantenario del salvataggio ad opera dell’Eni e i dieci anni dall’ingresso nel perimetro di General Electric, le date e gli avvenimenti carichi di simbologia si sprecano. Poche aziende come questa sono in grado di rappresentare un percorso industriale, tecnologico e socio-politico così esemplificativo delle diverse epoche, in un arco di tempo che ormai abbraccia tre secoli. A cominciare dai numeri attuali: il Nuovo Pignone è capofila della divisione Energy Oil&Gas del colosso americano Ge, che nel 2003 ha fatturato 2.800 milioni di dollari, con oltre 5mila dipendenti e un portafoglio ordini di 3.100 milioni. 

L’azienda toscana, guidata da Claudi Santiago (che è anche presidente della divisione Energy) rappresenta poco meno dell’80% di questa realtà, e si avvia a chiudere il 2004 con un aumento dei ricavi del 20%, un Mol del 12% e 160 milioni di dollari investiti nel triennio in ricerca. Nei principali progetti di estrazione e trasporto di petrolio e gas c’è la tecnologia (soprattutto compressori e turbine) del Nuovo Pignone. E il 30% del business è costituito dall’attività di service, cioè la manutenzione degli impianti. 

Dal quartier generale di Firenze, i tecnici dell’azienda italiana di Ge monitorizzano via satellite e assicurano il corretto funzionamento di una fetta consistente (tra il 25 e il 30%) del mercato internazionale dell’energia collegato all’estrazione degli idrocarburi. «Nel Qatar partecipiamo alla realizzazione del più grande impianto esistente di liquefazione del gas, un campo in cui siamo leader mondiali — spiega Santiago —; si tratta di un investimento da 12 miliardi di dollari che ci vede protagonisti pro quota insieme ad altri operatori. Nonostante le difficoltà del momento, legate essenzialmente alle incertezze politiche, abbiamo già acquisito il 60% degli ordini per il 2005, con la prospettiva di incrementare il portafoglio di un ulteriore 15% il prossimo anno». 

Nello stabilimento fiorentino ruotano ormai mediamente 1.500 ingegneri e nel centro di formazione (uno dei più importanti d’Europa) che Ge ha impiantato nel capoluogo toscano, grazie anche al contributo del Comune, passano ogni anno più di 4mila tecnici e ricercatori. Non male per un’azienda che affonda le radici nell’artigianato locale del secolo diciannovesimo. L’inizio della storia risale a 160 anni fa e alla concorrenza che i cinesi già allora facevano ai nostri produttori, questa volta nel campo della paglia intrecciata, dove il distretto fiorentino era all’avanguardia per i cappelli. Pasquale Benini, industriale e commerciante del settore, nel 1842 decise di diversificare l’attività e aprì una fonderia per fare tombini e lampioni in ferro e ghisa che, dal nome del quartiere d’Oltrarno dove aveva sede, chiamò Pignone. 

La crisi arrivò nel secondo Dopoguerra. Il Pignone, a quel punto, era controllato dalla Snia Viscosa che voleva chiuderlo e licenziare i 1.200 dipendenti (soprattutto operai). La città, però, fece quadrato intorno alla "sua" fabbrica, uno dei simboli insieme alla Galileo dello sviluppo industriale di Firenze, e le istituzioni civili e religiose si schierarono dalla parte dei sindacati e dei lavoratori. La soluzione arrivò per un’intuizione del sindaco Giorgio La Pira, il quale, così vuole la leggenda, ispirato in sogno dallo Spirito Santo, chiamò al telefono il presidente dell’Eni Enrico Mattei (erano entrambi religiosi e vicini alla corrente di base della Dc) e gli chiese di salvare il Pignone. Mattei, che aveva bisogno di contenuti industriali e tecnologici per il suo giovane ente petrolifero, forse perché toccato nella fede, forse per calcolo, acquistò la società ribattezzandola Nuovo Pignone. 

Era il gennaio del 1954 e il primo lavoro che l’Eni girò all’azienda fiorentina, cioè la produzione di bombole per il gas, rischiò di mettere in crisi la Merloni di Fabriano che rimase senza commesse. Ma già negli anni ’60 il gruppo marchigiano si era ripreso, e il Nuovo Pignone aveva iniziato a produrre macchinari per l’industria petrolifera dove, con lo sviluppo dei compressori centrifughi, s’impose rapidamente ai vertici del settore. Negli anni ’80, ci fu la definitiva affermazione a livello internazionale. 

Poi, nel 1994, la privatizzazione. General Electric rilevò la quasi totalità delle azioni di Nuovo Pignone (l’Eni conserva tuttora un 8% circa), con un investimento di oltre 700 miliardi di lire. E a gestire l’operazione fu il vice presidente mondiale di Ge, Paolo Fresco, che ieri ha ricordato il valore tecnologico e strategico dell’azienda che allora aveva un fatturato di circa 1.500 miliardi di lire e ne guadagnava una trentina. 

In dieci anni i volumi sono triplicati, è cresciuto il numero degli ingegneri e calato quello degli impiegati. Chi temeva una sorta di scippo da parte degli americani ha dovuto ricredersi. La ex fabbrica di tombini e lampioni in ghisa è diventata uno dei gioielli della tecnologia petrolifera. Passando in 160 anni di storia attraverso una nazionalizzazione e una privatizzazione, in un rapporto sempre più stretto con il territorio. Firenze salvò l’azienda dalla chiusura, il Nuovo Pignone targato Ge ha regalato al capoluogo toscano un posto tra le grandi capitali dell’industria nel campo dell’energia.


 

L´ACCORDO
L´azienda si impegna a investire negli stabilimenti italiani
Pignone, firmato l´integrativo in ottobre il referendum

da La Repubblica 29/9/04

Azienda e organizzazioni sindacali hanno siglato il nuovo accordo integrativo aziendale del Nuovo Pignone (gruppo General Electric). L´integrativo interessa 3.800 dipendenti in cinque stabilimenti (Firenze, Massa, Bari, Vibo Valentia, Talamona). Il nuovo accordo aziendale prevede impegni dell´azienda per investimenti negli impianti italiani, il ruolo centrale dei contratti a tempo indeterminato nella politiche per il personale e il premio di produzione del 2004 in linea con quello del 2003. L´accordo sarà ora sottoposto l´11 e il 12 ottobre al referendum dei lavoratori.

L´accordo arriva al termine di una dura vertenza. Gli ultimi scioperi nello stabilimento di Firenze risalgono al 15 e al 17 settembre scorso. Le trattative tra azienda e sindacati si erano interrotte lo scorso 6 settembre quando le rappresentanze dei lavoratori giudicarono irricevibile un «testo» negoziale dell´azienda che - a loro parere - costituiva «un gravissimo arretramento delle relazioni sindacali e della considerazione dei lavoratori, tentando di introdurre concetti vessatori e arbitrari». Negli ultimi giorni le parti però si sono riavvicinate fino alla firma dell´accordo di ieri.

Nuovo Pignone, parte di General Electric Power Systems, è leader mondiale nell´industria dell´Oil & Gas: la sua vasta gamma di prodotti copre l´intero mercato, dalla produzione di petrolio e gas, al trasporto e alla raffinazione degli stessi, fino alla distribuzione di carburante. Produce compressori centrifughi, assiali e alternativi, turbine a gas e a vapore, pompe e valvole, apparecchiature e recipienti in pressione, sistemi di regolazione e di misura, distributori di carburante, contatori di gas. Oltre alla fornitura di macchinari, Nuovo Pignone realizza soluzioni integrate chiavi-in-mano: stazioni di reiniezione, stazioni di compressione, sistemi modularizzati, unità e impianti per la generazione di energia elettrica.


I sindacati: «È una buona intesa». Oltre agli investimenti si ipotizza anche la realizzazione di un asilo nido all’interno della fabbrica

«Soddisfatti per la bozza di accordo al Pignone»

da l'Unità 29/9/04

«Una buona ipotesi d’accordo». A pochi giorni di distanza dalla definizione della bozza per il rinnovo del contratto integrativo del Nuovo Pignone, il giudizio dei sindacati è pressoché unanime. La due giorni (23 e 24 settembre) di trattative che ha portato alla definizione dell’ipotesi d’accordo è stata quanto mai produttiva e quello che ne è uscito è un documento che tutela sia la continuità aziendale sia diritti e salari dei circa 3.800 lavoratori impiegati nei cinque stabilimenti di Firenze, Massa Carrara, Bari, Vibo Valentia e Talamona (in provincia di Sondrio).

«Il coordinamento sindacale delle Rsu del gruppo Nuovo Pignone - si legge in una nota congiunta di Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil - sulla base di testi ultimativi e chiaramente valutabili, esprime un giudizio positivo di tale ipotesi d’accordo all’unanimità. Il Coordinamento, in virtù di tale giudizio, invita quindi le Rsu degli stabilimenti del gruppo a tenere nei prossimi giorni le assemblee informative, ed indice per l’11 e il 12 ottobre prossimi il referendum per chiedere il mandato a concludere la trattativa alle lavoratrici e lavoratori del Gruppo Nuovo Pignone».

Molti gli aspetti che il nuovo integrativo va ad affrontare a partire dalla continuità della politica aziendale sul territorio italiano. Per il 2005, infatti, sono previsti investimenti per un totale di 87 milioni di euro (31 per l’information technology, 29 per il manufactoring, 12 per il global service, 9 per ricerca e sviluppo di nuovi prodotti e 6 per il quartier generale) e spese di ricerca e sviluppo sull’esistente per 54,2 milioni di euro (suddivisi tra turbine a gas, 33 milioni, compressori centrifughe, turbine a vapore e altro). A questo si affiancano poi nuove politiche per i lavoratori del gruppo che, oltre all’aspetto prettamente economico, vanno a riguardare tematiche sempre più sentite col passare degli anni. 

In particolare, «viste le mutate caratteristiche e le nuove esigenze di lavoratrici e lavoratori dovute anche ai cambiamenti nella struttura organizzativa del Nuovo Pignone - si legge nella bozza - le parti convengono sull’opportunità di procedere alla verifica di fattibilità per la realizzazione di un asilo nido ricercando l’aggregazione al progetto di un raggruppamento di imprese interessate». In sostanza, insomma, una commissione tecnica mista composta da rappresentanti di espressione aziendale e sindacale avrà 8 mesi di tempo per lavorare e definire la possibilità o meno di realizzare un asilo nido all’interno del Pignone.f.san.


La Fonderia nacque in San Frediano nel 1842: dai cappelli di paglia alle turbine, storia di un´azienda in trincea
Pignone, piacere di resistere
Quanta strada (e quante lotte) in questi 160 anni

Quel giorno che la Pira la consigliò all´Eni: "Me l´ha detto in sogno la Madonna"

ILARIA CIUTI su La Repubblica 1/10/04

LA prima voce nella scartocciata rubrica telefonica che stava nella saletta del consiglio di fabbrica del Pignone, anni fa, era: Onu. Gli operai dell´azienda che compie 160 anni dalla sua fondazione, 50 da quando, da Fonderia del Pignone, diventò il Nuovo Pignone dell´Eni, 10 dal suo acquisto da parte di General Electric (GE), si sentivano di trattare da pari a pari con le Nazioni Unite. Tipico del Pignone: sentirsi fiorentini e cittadini del mondo. Storicamente, la più grande realtà industriale, insieme alla Galileo, di Firenze, l´azienda leader nel mondo nel campo delle turbine e dei compressori per gas e petrolio, ma anche un punto di riferimento sociale e politico per la città. Da quando La Fonderia nacque nel 1842 in San Frediano, nel quartiere Pignone, per l´intuizione imprenditoriale di Pasquale Benini che avendo sempre commerciato in cappelli di paglia, appena andarono in crisi, decise di puntare sulla loro «anima» di ferro.

La Fonderia cresceva - ancora si trova il marchio Pignone su lampioni e tombini - e cresceva anche la coscienza degli operai che imparavano il mestiere sul posto. Nelle occupazioni delle fabbriche italiane del ´28 furono gli ultimi a cedere, ma asserragliati in fabbrica, produssero disciplinatamente e non rovinarono niente. Durante il fascismo si organizzarono clandestinamente. Il 3 marzo del ´44 scioperarono uscendo con le mitragliatrici dei repubblichini puntate contro. Nel ´46 il Pignone fu comprato dal Snia Viscosa che puntando tutto sull´attività meccanotessile lo portò sull´orlo della rovina. Lo salvò, dopo l´occupazione della fabbrica in cui tutta la città portava da mangiare agli occupanti, l´acquisto da parte dell´Eni caldeggiato dal sindaco La Pira che disse a Mattei di essere stato consigliato in sogno dalla Madonna ma che in realtà si fece paladino della teoria dei democristiani di sinistra di risollevare l´industria italiana tramite l´interveto statale e spregiudicatamente fece sua la tesi del «nemico», la rossa commissione interna, convinta che il futuro fosse l´energia.

Poi è la storia dello sviluppo del Nuovo Pignone come leader mondiale della produzione di turbine e compressori e della privatizzazione con la vendita, nel ´94, a GE. La storia di una fabbrica all´avanguardia, abitata da una classe operaia orgogliosa della propria appartenenza, riformista, capace di mediare e di firmare accordi storici come, all´inizio dei ´70, la fine del cottimo e l´introduzione dell´inquadramento unico. Una fabbrica fiera, nel suo intero complesso, di saper fare. Il Nuovo Pignone va ancora bene. 

Cinque stabilimenti in Italia, 3.500 dipendenti di cui 2.650 a Firenze (ormai quasi tutti impiegati e tecnici), è capofila della divisione Oil & Gas (di cui è a capo l´amministratore delegato del Pignone, Claudi Santiago) che ha chiuso il 2003 con 2,82 miliardi di dollari di fatturato e 3,13 di nuovi ordini e fa parte di GE Energy, uno degli 11 business di GE. Di nuovo in trincea: palestra di un esperimento di valore storico, quello sulle relazioni tra l´economia globale e locale. «Una dialettica tra identità di fabbrica e volontà di egemonia della multinazionale che, se non si risolverà con la mediazione, metterà a rischio anche il Pignone», come dice il segretario della Cgil metropolitana, Alessio Gramolati. «Il giocattolo non è rotto ma è stato smontato e rimontato: il pericolo è abbassare la qualità», avverte il segretario Fiom cittadino, ex dipendente Pignone, Mauro Fuso.


LE NOSTRE STORIE

Pignone: 1954-2004

Nacque nel 1842 poco oltre Ponte alla Vittoria davanti alle Cascine

SOCIETA’Compie 50 anni il salvataggio dell’azienda

Per quella fabbrica La Pira litigò anche con don Sturzo

di Egisto Squarci da La Nazione 26/9/04

Dopo il ponte alla Vittoria, lì proprio di fronte al parco delle Cascine c’era un attracco per le chiatte provenienti da Livorno: venivano legate a una grossa massa di ferro, chiamato pignone. Accanto, nel 1842, sorse la Fonderia del Pignone: i lampioni dei lungarni vengono di lì, e una traccia è rimasta con la denominazione via della Fonderia.

Nel 1928 il nome, insieme alla produzione, mutò in Pignone Officine Meccaniche Fonderie. Avrà anche l’onore di produrre il primo motore a scoppio ideato da Barsanti e Matteucci ( di quest’ultimo porta il nome il largo davanti alla sede attuale di Rifredi). Nella prima guerra mondiale, così come nella seconda, produsse armamenti, avendo sempre una classe operaia molto politicizzata, ma non solo quella. Zenone Benini, discendente dei fondatori (ex produttori di paglia a Signa), fu arrestato dai tedeschi accusato di avere complottato contro Benito Mussolini il 25 luglio. Per tutta risposta le maestranze fecero sparire motori diesel, alternatori, compressori, un impianto per produrre ossigeno, 20 tonnellate di carbon coke e altro da impiegare appena i tedeschi avessero lasciato la città.

I guai veri cominciarono con il passaggio dell’azienda alla Snia Viscosa nel 1946 mentre si verificava un caduta della domanda di telai meccanici, non concorrenziali rispetto a quelli prodotti all’estero. Migliorò la produttività ma nel 1952 l’azienda segnò una perdita di oltre 200 milioni. La Snia cominciò a sospendere e a licenziare annunciando di voler chiudere l’impianto. Fu allora che cominciò quella lotta cittadina che vide coinvolte autorità civili e religose, oltre che il sindacato, per salvare l’azienda. Scesero in campo sia il cardinale Elia Dalla Costa sia soprattutto Giorgio La Pira, il «sindaco santo», un siciliano di Pozzallo che amava tremendamente la città in cui viveva.

La fabbrica fu salvata il 14 gennaio del 1954: il Nuovo Pignone Officine meccaniche, passava all’Eni di Enrico Mattei (nella foto grande con La Pira al Pignone il 10 marzo 1957). Ma la battaglia era stata dura. Si trattava della chiusura di una fabbrica di 1750 persone e La Pira non solo si schierò con i lavoratori, approvando l’occupazione dello stabilimento nel novembre del 1953, ma chiamò in causa sia la gerarchia ecclesiastica sia i vertici dello Stato. Si beccò un attacco anche di don Luigi Sturzo (siciliano anche lui): «Mi pare di sentire l’eco del motto mussoliniano, Tutto per lo Stato e nello Stato, nulla sopra, fuori o contro lo Stato. Questo lo chiamo statalismo e contro questo dogma io voglio levare la mia voce fino a quando il Signore mi darà voce, perchè sono convinto che in questo fatto si annidi l’errore di fare dello Stato l’idolo, Moloch o Leviathan che sia». Ma La Pira non si scompose, replicò dicendo di avere sperimentato sulla propria pelle la dittatura fascista e concludeva dicendo: «Davanti a tutti questi "feriti", buttati a terra dai "ladroni", come dice la parabola del Samaritano, che cosa deve fare il sindaco? Può lavarsi le mani dicendo a tutti: scusate, non posso interessarmi di voi perché non sono uno statalista ma un interclassista e un anticomunista?».

Enrico Mattei, dal canto suo, voleva sì fare un piacere ai politici salvando la fabbrica, ma in mente aveva anche una convenienza aziendale, sviluppando una integrazione verticale che lo affrancasse dall’estero per le necessità del settore degli idrocarburi, e il Nuovo Pignone aveva maestranze di altissima qualità, anche se molti vedevano in questo gesto l’intenzione di allargare la sfera di influenza dell’Eni, al di là della legge istitutiva, che era solo dell’anno prima. Accettare la richiesta del sindaco La Pira significava, per Mattei, aumentare quel grado di indipendenza che andava cercando dalle Sette Sorelli, le grandi compagnie internazionali del petrolio. Un progetto non immediato, ma che nel tempo si rivelò capace di produrre i suoi effetti. Il Nuovo Pignone si specializzò sempre più nel settore dell’ennergia, diventando uno dei concorrenti internazionali, costruendo grandi impianti in Algeria così come in Unione Sovietica. Mantenendo, fra le aziende pubbliche, una grande capacità operativa e anche soprattutto solidità economica. Un’altra battaglia, diversa per caratteristiche e fini, si aprì nel 1993 quando l’azienda fu ceduta alla General Electric: fatturava 2mila miliardi e aveva un utile di 37. Anche allora scesero in campo il sindaco Morales, ben tre ministri fiorentini (Barucci al tesoro, Spini all’ambientee Barile ai rapporti con il Parlamento) e il cardinale Piovanelli andò in fabbrica a dire messa.

Una storia vissuta, e lo si capisce anche da questi pochi frammenti. Scontri sindacali , anche nei giorni scorsi, ma sempre in una azienda prestigiosa, conosciuta e apprezzata nel mondo. Un simbolo della storia di questa città e della sua capacità di produrre qualità e innovazione. E di questo si parlerà il 2 ottobre nel Centro General Electric di via Perfetti Ricasoli, con il sindaco Domenici, lo storico professor Roggi, e gli uomini Ge Lussu, Fresco e Santiago. Per ricordare questi ultimi 50 anni e vedere un po’ di futuro.