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Cent'anni di Cgil. Ma non li dimostra
Sindacati. Un secolo di storia in difesa dei lavoratori. Ricco il calendario delle iniziative. Alcuni degli appuntamenti più importanti
Giuseppe Casadio* *Presidente dell'Associazione Centenario

da Aprile.info

Una delle intelligenze più vivaci e stimolanti del panorama culturale di questi anni – l’autore e interprete teatrale Ascanio Celestini – in una breve ma intensa riflessione dedicata al Centenario della CGIL sottolinea come la parola “dimenticare” abbia la stessa radice etimologica di “demente”, mentre “ricordare” viene da “cuore” (cors-cordis in latino). E chi non ha cuore non ha vita, tanto meno futuro.
E’ un approccio affascinante e ricco di stimoli; un sorta di pegno, per il futuro di una organizzazione come la CGIL.

In occasione del Centenario della confederazione, è stato organizzato un programma molto ricco di iniziative culturali, nell’intento di restituire visibilità e valore alle donne e agli uomini del lavoro, ai loro problemi e ai loro sentimenti, convinti che di nuovo, oggi, come sempre è stato nei momenti difficili della storia passata, per ritrovare la strada di una evoluzione positiva della nostra società, sia indispensabile restituire centralità alla grande riserva di saperi, valori etici, di dignità, che nel mondo del lavoro sono radicati e operano quotidianamente.

Ricchissimo il calendario delle iniziative. Il Centenario si aprirà ufficialmente con un convegno dedicato al tema “Diritti sociali e del lavoro nella costituzione italiana”, a Roma l’11 e 12 novembre 2005, e culminerà a Milano il 1° ottobre 2006 con una celebrazione al Teatro degli Arcinboldi, e un successivo concerto al Teatro alla Scala diretto dal Maestro Riccardo Chailly.

Il fitto programma prevede poi approfondimenti storici e politici, anche di tipo internazionale, con ricerche, convegni e progetti culturali. In Cantiere anche molte iniziative editoriali. Tra queste la collana di narrativa del Novecento italiano ispirata al lavoro, che uscirà in edicola in allegato al quotidiano l’Unità; le ristampe della Casa Editrice e della Fondazione Feltrinelli di alcuni testi del pensiero democratico, e un’opera a fumetti che racconterà la vicenda umana e politica di Giuseppe Di Vittorio completeranno il quadro delle pubblicazioni.

All’appello della CGIL hanno risposto con entusiasmo moltissimi nomi importanti della cultura, dell’arte e dello spettacolo, dando così continuità al dialogo tra mondo sindacale e mondo della cultura, sempre presente nel corso della storia della Confederazione. Numerose le opere inedite o rielaborate, prodotte o patrocinate dalla CGIL proprio per il Centenario. Tra queste, segnaliamo la “Sinfonia del lavoro” curata da Antonio Calbi e le rassegne di spettacoli di artisti ,tra cui lo stesso Ascanio Celestini, Paolo Rossi, Daniela Poggi e Ivana Monti. In prima fila anche la musica, con la “Cantata per il Centenario” composta da Nicola Piovani e Vincenzo Cerami, e i concerti di artisti italiani e internazionali. In omaggio al cinema di casa nostra, la CGIL ha prodotto un film, curato da Mimmo Calopresti, con le più belle immagini con cui la cinematografia italiana ha affrontato le tematiche del lavoro. Un altro film, di Beppe Ferrara, racconterà la storia dell’operaio Guido Rossa. In programma anche una fiction tv dedicata a Giuseppe Di Vittorio. Diverse le iniziative dedicate alle arti figurative che in questi cento anni si sono misurate con i temi del lavoro. Tra queste da segnalare “Tempo moderno. Lavoro, macchine e automazione nelle arti del Novecento”, mostra curata dal Prof. Germano Celant, che sarà allestita al Palazzo Ducale di Genova; “Rossa”, mostra storica interattiva sull’iconografia del lavoro curata da Luigi Martini, e la mostra fotografica “Ritratti” di Pippo Onorati: una grande galleria di volti e situazioni del lavoro nel mondo di oggi.

Il Centenario sarà anche l’occasione per mettere a disposizione il grande patrimonio culturale e artistico della CGIL, a partire dall’apertura al pubblico degli archivi e da un censimento delle sue opere d’arte. Inoltre, nelle prossime settimane saranno consultabili sul sito del Centenario www.100annicgil.it, i verbali delle riunioni della Segreteria nazionale e del Comitato Direttivo nazionale della CGIL dal 1944 al 1975. Una preziosa opportunità per una rilettura inedita della storia d’Italia. Un catalogo generale di prossima pubblicazione, frutto del grande lavoro di inventario e di sistematizzazione delle opere di tutte le sedi del sindacato, illustrerà al pubblico l’intera collezione di opere d’arte della CGIL.

Infine, tante saranno anche le iniziative rivolte al grande pubblico e al mondo dei ragazzi. L’agenda Smemoranda 2006, in distribuzione già da settembre di quest’anno, è interamente dedicata al Centenario. Sergio Staino, invece, pubblicherà la storia della CGIL a fumetti oltre a presiedere (la giuria sarà composta, tra gli altri, da Gad Lerner e Roberto Vecchioni ) il 1° Concorso Nazionale Umoristico di vignette, aforismi, battute sulla CGIL e sul sindacato; mentre la più importante azienda florovivaistica italiana, la Nirp International, selezionerà addirittura una nuova rosa, tutta da dedicare al Centenario.

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ANNIVERSARI
CENT'ANNI DELLA CGIL, O SESSANTA?
Ma è davvero il caso di parlare di un «centenario» della Cgil? Tra la Confederazione generale del lavoro, fondata nel 1906, e la Cgil, fondata nel 1944, c'è una profonda differenza.
di PIETRO ICHINO

dal Corriere - 24 settembre 2005

La Cgil compie cent'anni. O forse no

Ma è davvero il caso di parlare di un «centenario» della Cgil? Tra la Confederazione Generale del Lavoro, fondata nel 1906 per iniziativa del sindacato dei metallurgici, e la Cgil, fondata nel 1944 da Buozzi, Di Vittorio e Grandi come casa comune delle correnti sindacali socialista, comunista e cattolica, c'è una profonda differenza. Quello nato agli inizi del secolo era un sindacato socialista che, pur con qualche venatura laburista, si prefiggeva esplicitamente la lotta contro il capitalismo. Il sindacato voluto unitariamente dal Pci, dal Psi e dalla Dc nel fuoco della Resistenza nasceva invece per contribuire alla ricostruzione di un Paese devastato e per dare voce in esso a tutte le componenti del movimento operaio; nel suo statuto non si parlava più di lotta di classe, come nel 1906, ma di attuazione della Costituzione repubblicana. Quella «i» aggiunta nella sigla — formalmente per fondere l'acronimo della Cgl con quello dell'antica confederazione cattolica Cil — stava in realtà a significare una diversità profonda nella natura, oltre che nello scopo, della nuova confederazione.

Negli anni immediatamente successivi le cose andarono come si sa: nel 1948 i cattolici e i laico-socialisti se ne andarono per dar vita a quelle che sarebbero diventate di lì a poco la Cisl e la Uil. Ma nonostante quelle scissioni la Cgil di Di Vittorio conservò il suo dna originario resistenziale. Per tutti gli Anni '50, nei quali governo e industriali perseguivano con ogni mezzo la sua espulsione dal tessuto produttivo, la Cgil non solo conservò una linea di moderazione salariale e, più in generale, di compatibilità della propria iniziativa con le esigenze di stabilità e crescita del Paese; ma soprattutto mantenne la porta aperta ai «fratelli separati». Ed era un'apertura reale, nutrita di un ecumenismo sindacale profondo e radicato. L'unità di azione con Cisl e Uil arriverà poi negli Anni '60, per portare a un passo dall'unificazione organica all'inizio dei '70. In quegli anni le divergenze tra Cgil e Cisl nella concezione del sindacato e del suo rapporto con i lavoratori sembravano davvero del tutto superate.
Questa vocazione unitaria e fondamentalmente cooperativa nei confronti del sistema-Paese — nonostante i toni conflittuali talora prevalenti al livello aziendale — riemerge con forza nella Cgil di Lama, nel pieno della crisi economica della seconda metà degli Anni '70, poi ancora con la firma del protocollo Scotti del 1983; e, pur tra alterne vicende, rimane viva fino ai grandi accordi del 1992 con il governo Amato e del 1993 con il governo Ciampi, che salvano l'Italia dal disastro. Ma già allora si avvertono i segni di una trasformazione che sta maturando: non è casuale che Bruno Trentin, subito dopo la firma del primo di quei due accordi, debba dimettersi da segretario generale. Poi, nel corso dell'ultimo decennio, la vocazione unitaria sembra progressivamente spegnersi.

Come per una mutazione genetica, nella Cgil affiora e via via si rafforza l'anima di un sindacato che all'unità con gli altri preferisce la difesa della propria identità: quando nel 1996 e nel 1997 il segretario della Cisl D'Antoni offre di aprire la fase costituente di un nuovo sindacato unitario e la Uil di Larizza gli si affianca, la Cgil di Cofferati si ritrae come spaventata da quella prospettiva, anche perché la sua ala sinistra minaccia altrimenti la scissione. Quanto alla politica economica, già nel giugno 1996 una clamorosa sortita della Cgil contro le scelte del neo-costituito governo Prodi in materia di politica dei redditi è la spia di una nascente ostilità verso il metodo della concertazione tripartita; ostilità che è destinata naturalmente a rafforzarsi con il cambio di maggioranza del 2001; da allora il gioco sistemico dello scontro con il governo di centro-destra ha l'effetto di accelerare la mutazione e di esaltare l'alterità tra Cgil da un lato, Cisl e Uil dall'altro. Forse il senso del «centenario» è proprio questo: la Cgil sta perdendo la «i» che si era data nel 1944; sta tornando alla Cgl orgogliosamente socialista, che vedeva capitale e lavoro come due entità naturalmente e inconciliabilmente contrapposte. Se questa è la sua scelta, essa è degna del massimo rispetto; perché nessuno può dire in astratto quale dei modelli di sindacalismo porti risultati migliori per i lavoratori, se quello conflittuale o quello cooperativo: dipende in gran parte dalla qualità — soprattutto affidabilità e competenza — del management che sta dall'altra parte. Se questa, dunque, è la scelta della Cgil, non è più tempo di unità sindacale nel senso in cui se ne è parlato fin qui. La sola unità possibile e auspicabile tra Cgil, Cisl, Uil e tutti gli altri sindacati può consistere in un'intesa tra loro per darsi una cornice, entro la quale modelli di sindacalismo diversi possano confrontarsi apertamente, rispettandosi e senza paralizzarsi a vicenda.

Qui ha ragione la Cgil, con o senza la «i»: l'unità del movimento sindacale oggi non può esprimersi altrimenti se non nel darsi la regola per cui, in caso di dissenso insanabile, contratta con pieni poteri il sindacato che nell'azienda o nel settore ha la maggioranza dei consensi; e gli altri si impegnano a rispettare le sue scelte.
di PIETRO ICHINO

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La capacità di trasformarsi

LUCIANO GALLINO su La Repubblica 18/9/05

L´art. 1 dello statuto della Confederazione Generale del Lavoro (Cgdl), costituita il 1° ottobre 1906 a Milano, asseriva che il suo scopo era «organizzare e disciplinare la lotta della classe lavoratrice contro il regime capitalistico della produzione e del lavoro». Per contro l´art. 1 dello statuto attuale della Confederazione Generale Italiana del Lavoro, nata nel giugno 1944 come ricostituzione della Cgdl, mette in primo piano «i valori delle libertà personali, civili, economiche, sociali e politiche della giustizia sociale quali presupposti fondanti e fini irrinunciabili di una società democratica». Parrebbe davvero esserci, tra le due formulazioni, una diversità di finalità e di pratiche larga quanto un secolo.

La misura della diversità, tuttavia, dipende non poco da quelle che nei due articoli statutari si ritengono come parole chiave, e dalla parte sociale che compie tale operazione selettiva. Ciò che preoccupava gli industriali e i politici moderati del 1906 era ovviamente l´idea della lotta di classe, che stando al fresco statuto della Cgdl appariva trasfusa dai libri e dai manifesti congressuali del movimento socialdemocratico nel documento fondativo d´una associazione sindacale nazionale. Avrebbero dovuto attendere quasi vent´anni, sino al patto di Palazzo Vidoni del 1925, che sanciva il mutuo riconoscimento della Confindustria e dei sindacati fascisti, e alla fondazione del sindacato unico del regime nell´aprile 1926, con relativo scioglimento della Cgdl, per vedere svanire tale ombra. Almeno dai documenti ufficiali.

D´altronde per una parte significativa del movimento sindacale le preoccupazioni venivano da altri termini dell´art. 1, e precisamente da «organizzare e disciplinare». Essi sembravano tradire intenti verticistici, autoritari, una concessione alla politica politicante, come fu detto già allora. Dopotutto la Cgdl era nata da un Congresso della Resistenza, il quarto, cui avevano aderito una miriade di leghe e associazioni che mal sopportavano di vedere stemperati i loro umori antipadronali. Da tale dissenso nacque, appena un anno dopo, un Comitato Nazionale della Resistenza, le cui delibere prevedevano «un´azione comune di lotta incessante all´odierno ordinamento capitalistico con tutti quei mezzi - nessuno escluso - che la pratica sindacale ha indicati come efficaci per indebolire ed eliminare la classe e lo stato borghese». Dall´attività di questo comitato trasse origine nel 1912 l´Unione Sindacale Italiana (USI), collocantesi a sinistra della Cgdl. Sarebbe stata costretta anch´essa a cessare l´attività poco dopo l´ascesa del fascismo, verso la fine del 1922.

Anche l´articolo 1 che nello statuto attuale definisce l´essenza stessa della Cgil è assoggettabile a diverse accentuazioni delle sue componenti. Da sinistra le finalità che descrive appaiono sbiadite, soprattutto perché non menzionano perentoriamente l´opposizione al modello dominante di organizzazione del lavoro. Da destra è invece guardato con sospetto il nucleo centrale dell´articolo, quella "giustizia sociale" che nella prospettiva neocon appare retrò, secondo una battuta ricorrente dalle parti del ministero del Lavoro. In tale prospettiva le libertà personali, civili, economiche e altre vanno assicurate per mezzo del mercato, non dell´azione sindacale. Né si può nascondere che una diversità di accenti si ritrova negli organi direttivi della Cgil, a cominciare dalla segreteria, dove accanto ad esponenti vicini allo spirito radicale delle origini ve ne sono altri che sembrano animati da una versione ingentilita dello spirito neo-liberale.

Ma alla fine quella che poi conta è la pratica, e in un grande sindacato come la Cgil questa discende dall´attività quotidiana di decine di camere del lavoro che han radici nel territorio, e da centinaia di federazioni che rappresentano categorie, settori del privato e del pubblico impiego. È in questa attività che prende forma e sostanza l´idea di giustizia sociale. Perché essa è negata dove si lascia predominare lo scambio ineguale, la diversità di potere tra il singolo lavoratore e l´organizzazione produttiva. La principale funzione d´un sindacato consiste, mediante l´associazione dei più deboli, nel cercare di rendere un po´ meno diseguale lo scambio, un po´ meno enorme la diversità di potere tra di essi ed i più forti. Per cento anni, tolti quelli di cui la privò il fascismo, la Cgil ha svolto con tenacia, con successi inevitabilmente alterni, adattandosi molto più di quanto a volte non sembri ai mutamenti dell´economia e della società. Da questo punto di vista, i suoi principi di oggi non sono dissimili da quelli soggiacenti al primo statuto del 1906.

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"Sequestrate il passaporto a Di Vittorio"

Un secolo fa, nel 1906, nasceva la Confederazione Generale del Lavoro. Tra gli anni Quaranta e Cinquanta, il suo segretario fu Giuseppe Di Vittorio. Comunista e critico del governo democristiano, nel 1952 subì il ritiro dei documenti per ordine di Scelba poco prima di un viaggio negli Stati Uniti. Siamo andati negli archivi storici del sindacato per cercare le foto e i documenti che hanno segnato la sua vicenda umana e politica
Molte le lettere e i telegrammi di solidarietà verso il dirigente che tutti chiamavano affettuosamente "Peppino"
FILIPPO CECCARELLI su La Repubblica 18/9/05

Quando morì Giuseppe Di Vittorio, a Lecco, dopo un comizio, nel novembre del 1957, un democristiano come Benigno Zaccagnini disse: «Sono convinto che è in Paradiso». E allora questo genere di convinzioni suonavano molto più impegnative di oggi. Era nato a Cerignola, città di grano, braccianti e miseria nera. Orfano a 7 anni, conobbe subito la zappa, la falce e la notte rubata al sonno per studiare. Corpo robusto, capelli neri fittissimi, testa calda. Quindi conobbe anche le leghe contadine, l´occupazione delle terre, le schioppettate dei carabinieri. Sindacalista rivoluzionario, anarcoide, addirittura un po´ dannunziano, bersagliere ferito a Monte Zebio. Poi comunista, di nuovo a casa. Come in una grande epopea cinematografica girava per le campagne infuocate del Tavoliere e della Capitanata a bordo di un motosidecar. Energia allo stato puro: scioperi, scontri con le squadre fasciste, arresti, galera, tribunale speciale. Poi l´esilio, la Francia, la Russia, le Brigate internazionali in Spagna, di nuovo la Francia, di nuovo la galera, e il confino, a Ventotene, dove con altri compagni aveva preso in affitto un campicello e una mucca per sopravvivere meglio, e forse per dimostrare anche a se stesso che il lavoro, il duro lavoro manuale è speranza, è salvezza.

La trafila di tanti capi comunisti. Ma più di ogni altra la figura di Di Vittorio si staglia per qualcosa di molto speciale, un´ispirazione che ancora oggi sfugge a qualsiasi giudizio ideologico: l´umanità. E l´allegria. A sfogliare le vecchie riviste, fra tante foto di comunisti pallidi, gelidi e affilati, colpisce il fatto che lui e solo lui, Peppino, ride e sorride. Aveva quel dono lì.
Anche questo lo rendeva un capo. Max Weber ha scritto pagine definitive sull´arte del comando e sui profeti carismatici. Di Vittorio suscitava nelle folle prodigiosi meccanismi d´immedesimazione. Ma il prodigio nel prodigio stava nell´intelligenza con cui di slancio riusciva a incanalarli nella realtà delle lotte e delle soluzioni possibili.

Quando Scelba gli ritirò il passaporto, nella primavera del 1952, impedendo a Di Vittorio di recarsi a New York al Consiglio Economico e Sociale dell´Onu come presidente della Federazione Sindacale Mondiale, questo trasporto emotivo venne fuori con la potenza di una leggenda incompiuta. Nei bianchi armadi blindati dell´archivio sotterraneo della Cgil, amorevolmente sorvegliati da giovani ricercatori che non smettono di sorprendersi di fronte ai tesori che vi sono contenuti, c´è una cartellina rossa che documenta questo legame di riconoscenza. Sono telegrammi, lettere, ordini del giorno di assemblee sui luoghi di lavoro. I tassisti di Milano, la vetroceramica di Napoli, i mezzadri di Pesaro, gli operai delle Tornerie Ruote Officina Locomotive di Verona, l´Anpi di Reggio Emilia, le donne comuniste di Crema, i lavoratori di Palermo (a loro nome si firma Emanuele Macaluso), i braccianti di Alfonsine.

Dattilografia sfocata, fogli di carta velina, bolli, lapis blu, stilografiche con baffi d´inchiostro che denunciano lo scorrere del tempo, ma anche la gloria del ricordo. Nell´esprimergli solidarietà lo chiamano «vecchio compagno», «grande dirigente», «amato» e «valoroso capo». Ma ci sono anche, in quella cartellina, ben sette telegrammi di comunisti italiani emigrati in Cecoslovacchia: e bastano quei fogli bordati di rosso a ricordare l´asprezza di quegli anni. In molti sono finiti laggiù per evitare le condanne dei tribunali dopo le vendette o la mattanza del "triangolo rosso". Storie complicate e sanguinose. Anche loro comunque telegrafano «all´eroico figlio del popolo». E insomma: la guerra fredda.

Di Vittorio è appena tornato dalla Conferenza Economica Internazionale di Mosca. In Urss ha identificato nella concreta possibilità di scambi economici uno strumento, una leva che può forse allentare la morsa che si stringe sul Pci e sulla stessa Cgil. Gli archivi sono avari, al riguardo. Ma certo i sovietici, al massimo livello, gli hanno lasciato intravedere agevolazioni, vantaggi e profitti. Dopo tutto, la patria del socialismo reale è un immenso mercato per l´industria italiana: dispone di materie prime, ma ha un disperato bisogno di merci e macchinari. Di Vittorio si è fatto due conti: si tratta di un giro d´affari tra i 20 e i 25 miliardi di dollari. Inglesi e tedeschi sono già al lavoro. E i disoccupati in Italia sono quasi due milioni.
Questa la premessa: le relazioni commerciali come una chiave per scardinare i meccanismi della guerra fredda. O per aggirarli. Ma il demone della divisione del mondo in due blocchi ci mette lo zampino. Perché durante il soggiorno a Mosca la Pravda ha pubblicato una articolo di Di Vittorio. Il titolo dice tutto di quel periodo: «La lotta del popolo per il progresso e per la pace». A rileggerselo, suona violentemente antigovernativo, ma nell´ordine delle cose che si scrivevano a quei tempi. Il governo democristiano, secondo il leader sindacale, si segnala per la sua «sottomissione supina e incondizionata anche alle più pazzesche pretese americane», tanto da aver addirittura aumentato le spese militari, mentre le condizioni di vita dei lavoratori sono pessime. Per una buona metà lo scritto risponde agli slogan e agli interessi dell´Urss; ma per l´altra metà appare una realistica e ragionevole disamina delle tensioni sociali che attraversano l´Italia. Basta comunque a Scelba per mettere alla sbarra Di Vittorio come un nemico della propria patria. Un´accusa prossima a quella di tradimento.

Già due volte Peppino è volato negli Stati Uniti, privilegio unico per un comunista. Anche di questo ci sono le foto. Gli italiani d´America ammirano d´istinto quel personaggio, già l´hanno accolto con striscioni «Welcome Di Vittorio». La Cgil è una cittadella assediata: e quell´accoglienza sta lì a dimostrare che non solo è possibile allentare la stretta, ma forse anche svolgere, in nome dei lavoratori, quel ruolo che negli anni a venire assumeranno Enrico Mattei, Giorgio La Pira, Vittorio Valletta. Nel 1949 Di Vittorio ha lanciato il "Piano del lavoro". Ai convegni della Cgil si sono affacciati Fanfani, Campilli, La Malfa, Sylos Labini, Fuà. In giro per l´Italia, si legge nel Di Vittorio di Antonio Carioti (Il Mulino, 2004) all´interno del sindacato si segnala «una significativa liberazione di energie creative», scioperi «alla rovescia», addirittura progettazione di merci che diverranno prodotti di consumo.

Nei documenti di protesta il ritiro del passaporto è comprensibilmente definito, con parola antica, «un sopruso». Dato che ad averlo subìto è pur sempre un deputato della Repubblica, i parlamentari della Cgil protestano con il presidente della Camera. È il giovane Luciano Lama che tiene i contatti con Di Vittorio. Si chiede a Gronchi: dov´è finita l´immunità parlamentare? Ma quello traccheggia.

Non se ne trova conferme nei documenti - non sono cose, d´altra parte, che si vanno a certificare per iscritto dal notaio - ma l´impressione è che il ministro dell´Interno Scelba e tutto il governo democristiano si siano mossi più o meno pretestuosamente su indicazione americana; o per togliere le castagne dal fuoco agli Stati Uniti. Quel che sorprende è però la reazione di Di Vittorio che nel pieno della guerra fredda rivendica con forza il più sincero patriottismo: «Si è voluto far credere che, dall´estero, nascosto dietro la cortina di ferro, io mi sia messo a denigrare l´Italia. Questo non è vero. Protesto con tutta la forza del mio animo contro questa accusa mostruosa di denigratore del mio paese».

Sono accenti sinceri: «Queste accuse le abbiamo sopportate durante il ventennio, ma vogliamo che l´abitudine dei fascisti abbia fine. Io mi sento profondamente radicato alla mia terra». Uno sdegno incontenibile che porta il capo dei lavoratori a ricordare che a questa sua "terra", non alla Russia dei soviet, egli ha dato il massimo che si può dare: «Porto ancora nelle carni - esclama - il segno del contributo di sacrificio».

Sta per compiere 60 anni. È vecchio e insieme è giovane, antiquato e moderno, stalinista e patriota. Ha un figlio che si chiama Vindice, ma sogna un paese in cui sia possibile, dice, anche alle donne del popolo essere belle, curate e «avere anche le calze di seta». Negli armadioni della Cgil c´è pure una cartellina dedicata ai festeggiamenti del compleanno di Peppino, nell´agosto di quello stesso 1952. Visti con gli occhi di oggi sono rituali - offerte votive, si direbbero - di magnifica e tenera semplicità.
A Cerignola i compagni gli regalano i prodotti poveri di quella terra: olio, pane e - guarda guarda - cicoria. Mentre a La Spezia, dov´è organizzata l´altra cerimonia, «a testimonianza dell´affetto che i tessili hanno per il compagno Di Vittorio - come si legge in un foglietto pervenuto al comitato organizzatore coordinato da Tonino Tatò - la Fiot farà pervenire al Segretario generale della Cgil due tagli d´abito tessuti a mano da un artigiano pratese e una dozzina di fazzoletti con ricamata la cifra GDV, tessuti appositamente da un gruppo di lavoratrici di un cotonificio di Novara».

Ma poi: nemmeno il materialismo storico protegge dalle vecchie superstizioni sui fazzoletti che mai, come le lame e le spille, si dovrebbero regalare. Con il che questa storia consumatasi tra Mosca, Roma e New York si conclude male, cioè finisce davvero fra le lacrime. E qui, magari con azzardatissima suggestione, s´immagina che sarà stato uno di quei fazzoletti, quattro anni dopo, ad asciugare le lacrime di quest´uomo forte e allegro, le lacrime «dell´apostolo dei cafoni»: fatto piangere dai suoi stessi compagni.

Perché nel novembre del 1956, quando i carri armati sovietici entrano a Budapest, Giuseppe Di Vittorio è l´unico comunista a pronunciare una condanna. Non solo, ma questa sua pronuncia, che coinvolge l´intera Cgil, è dettata da un´unica semplice motivazione: che gli operai hanno sempre ragione. E allora nel Pci lo processano. Prima in direzione, poi sempre a Botteghe Oscure, ma in una specie di udienza privata.
Nella stanza ci sono Amendola e Pajetta. Fuori della porta la moglie Anita con cardiotonico e siringa dentro la borsetta perché Di Vittorio ha già avuto due infarti. Si sentono grida. Poi Peppino esce, piangendo. Farà autocritica. Il giorno dopo incontra un amico: «Non sono più io, lo so. Ma cosa sarebbe di me senza il partito?». Due giorni dopo incontra Antonio Giolitti, un vicino di casa: «Quelli sono regimi sanguinari, sono una banda di assassini!». E un po´ viene da pensare a Scelba, agli americani, e a quel passaporto ritirato.
Proclamò allora Togliatti: «Di Vittorio ha sostituito al partito il proprio giudizio sentimentale e sommario». Non immaginava, il Migliore, di aver fatto a Peppino il miglior complimento. Istinto e cuore: le doti autentiche di un capo. Le stesse forse che gli avranno fatto guadagnare un posticino in Paradiso.

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mondo del lavoro
Centenario Cgil: presentato il carnet degli appuntamenti

Convegni, proiezione di documenti storici, produzioni cinematografiche, teatrali e cinematografiche. A Milano il 1° ottobre concerto alla Scala

di Nicoletta Cottone sul Sole 24Ore del 6/9/05

La Cgil compie cento anni. Questa mattina a Roma, in Campidoglio, è stato presentato il calendario delle celebrazioni che da novembre 2005 alla primavera del 2007 ripercorreranno un secolo di vita del Paese.

Fitto di appuntamenti in tutta Italia il carnet che prevede la proiezione di documenti storici, produzioni cinematografiche e audiovisive, appuntamenti legati a teatro, letteratura, giornalismo, musica, arti figurative e iconografia.

La Cgil, che oggi conta oltre 5 milioni e 600mila iscritti ed è la più rappresentativa organizzazione sindacale in Italia, è stata fondata a Milano il 1°ottobre del 1906, prima organizzazione su scala nazionale a riunire lavoratori di tutti i settori. «Celebrare i cento anni della Cgil - dice Giuseppe Casadio, presidente dell’Associazione Centenario Cgil - significa soprattutto aprire una prospettiva per il domani nella consapevolezza che il lavoro, le persone che lavorano, sono parte fondamentale del patto sociale e democratico».

L’apertura del Centenario a Roma è affidata a un convegno l’11 e il 12 novembre dedicato ai “Diritti sociali e del lavoro nella Costituzione italiana”. A Milano l’appuntamento clou è previsto per il 1° ottobre con la celebrazione al Teatro degli Arcimboldi e il successivo concerto diretto dal maestro Riccardo Chailly al Teatro alla Scala. A Bologna a fine maggio 2006 appuntamento con Claudio Abbado per un concerto con l'Orchestra Mozart.

Moltissimi gli appuntamenti teatrali e musicali, fra cui spiccano la performance “Sinfonia del lavoro” con la regia di Ettore Scola, l’appuntamento con Ivana Monti “La vita di Maria Goia”, una grande attrice per un’eroina del ’900. E, ancora, la “Cantata per il Centenario” composta da Nicola Piovani e Vincenzo Cerami. La Cgil ha anche prodotto un film, curato da Mimmo Calopresti, omaggio al cinema di casa nostra, con le più belle immagini che la cinematografia italiana ha dedicato alle tematiche del lavoro. Un film di Beppe Ferrara racconterà la storia dell’operaio Guido Rossa, una finction tv sarà dedicata a Giuseppe Di Vittorio. Per i giovani anche due band per il Centenario: Avion Travel e Orchestra di piazza Vittorio insieme per il “Concerto a colori” nella capitale, con tournèe in altre città
Archivi e opere d’arte della Cgil saranno per la prima volta disponibili al pubblico: sul sito del Centenario (www.100annicgil.it)

Tra le tante iniziative l’agenda Smemoranda 2006 dedicata al Centenario, la storia della Cgil a fumetti di Sergio Staino che presiederà la giuria, insieme a Gad Lerner e a Roberto Vecchioni, del primo concorso nazionale umoristico di vignette, aforismi, battute sulla Cgil e sul sindacato. Sarà anche selezionata una nuova rosa da dedicare al Centenario.

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L’ANNIVERSARIO Il sindacato «rosso» festeggia 100 anni
Cgil, un secolo in piazza dentro l’Italia che cambia

da la Nazione 7/9/05

ROMA — Diciotto mesi di eventi per festeggiare i 100 anni della Cgil. Il primo appuntamento del programma, che celebrerà lo storico sindacato italiano tra incontri, mostre e concerti sarà l’11 e il 12 novembre a Roma. Alla capitale spetterà il compito di inaugurare le manifestazioni con il convegno «Diritti sociali e del lavoro nella Costituzione italiana».
Il lungo festeggiamento proseguirà poi attraverso poesie, foto, fumetti e libri fino alla primavera 2007. Ma il momento clou sarà a Milano, al teatro degli Arcimboldi, il 1° ottobre 2006, con il vero e proprio «compleanno» dell’organizzazione sindacale che sarà poi seguito da un concerto alla Scala.
«Cento anni di Cgil, ma soprattutto cento anni d’Italia — spiega il leader del sindacato di Corso d’Italia, Guglielmo Epifani — Un lungo cammino che ha contribuito all’emancipazione del lavoro, alla coesione sociale, alla crescita civile e democratica del Paese».
Per ricostruire questo pezzo di storia saranno aperti al pubblico gli archivi della Confederazione. Sul sito dell’iniziativa (www.100annicgil.it), si potranno consultare i verbali delle riunioni della Segreteria nazionale e del comitato direttivo dal 1944 al 1975.
Molte delle tappe della festa saranno poi segnate da artisti e personaggi del mondo della cultura che hanno dedicato al centenario opere inedite o rielaborate: dalla «Sinfonia del lavoro» curata da Antonio Calbi, agli spettacoli di Ascanio Celestini, Paolo Rossi, Daniela Poggi e Ivana Monti. All’evento non poteva mancare una colonna sonora, rappresentata dalla «Cantata per il Centenario» di Nicola Piovani e Vincenzo Cerami. Saranno due i film sul tema del lavoro: quello di Mimmo Calopresti e quello di Beppe Ferrara. Una fiction tv ricostruirà poi la figura dello storico leader sindacale, Giuseppe Di Vittorio. E ci sarà persino una rosa a ricordare la Cgil, creata ad hoc per la ricorrenza da un’azienda italiana.

Lotte, errori e conquiste dell’organizzazione che ha difeso i lavoratori dall’alba del Novecento all’era della globalizzazione

di Angelo Varni

Quando nel 1906 si costituì sotto la guida di Rinaldo Rigola la Cgil con la sua proposta aggregativa delle diverse componenti professionali e ideali del mondo del lavoro italiano, già molta strada era stata percorsa verso l’emancipazione dei ceti emarginati. Fin dagli anni risorgimentali non privi, in alcuni settori della borghesia italiana e fra i movimenti azionisti più «rivoluzionari», della consapevolezza di far convivere l’anelito nazionale con il coinvolgimento delle masse popolari in un processo di crescita collettiva. Ecco, allora, lo sviluppo delle società di mutuo soccorso, dove l’aspetto filantropico di tutela dei più poveri divenne ben presto anticipazione delle prime forme di autogoverno dei lavoratori e soprattutto dell’urgenza di raccordare tra loro tali frammenti di presa di coscienza comune.

Dall’economia alla politica
Si ebbe, così, il Patto di fratellanza mazziniano, tipica espressione di un’Italia ancora alle soglie dello sviluppo industriale; ma che aveva in sé uno dei connotati più tipici del futuro, più maturo, sindacalismo italiano: l’esigenza, cioè, di coniugare sempre le rivendicazioni economiche e i diritti del prestatore d’opera sul luogo di lavoro con le lotte per affermare diritti ben più generali di natura politica e relativi all’assetto stesso della società. L’arretratezza, infatti, dell’Italia ancora caratterizzata da un’agricoltura salvo circoscritte eccezioni di sussistenza e da un minuto reticolo di antiche sopravvivenze artigianali; la conseguente debolezza della borghesia imprenditoriale, impaurita da quanto vedeva accadere oltralpe dove già sventolavano le bandiere rosse dello scontro di classe; l’incertezza dei gruppi dirigenti timorosi di portare a termine un compiuto disegno democratico allargato alle parti del paese estranee al processo risorgimentale; rappresentavano, questi, altrettanti fattori oggettivi che obbligavano il mondo del lavoro a farsi carico di un progetto politico del consolidamento dei valori stessi della libertà e della democrazia, la cui carenza poneva insuperabili ostacoli a una corretta dialettica interna ai rapporti di lavoro secondo i modelli del sindacalismo internazionale. Così, quando, da un lato, cominciarono a formarsi sulla penisola i primi nuclei industrializzati; e, dall’altro, il socialismo portò in Italia una vera conflittualità fra ceti contrapposti, la resistenza, gli scioperi, le precise piattaforme rivendicative dei lavoratori, non poterono restare nell’ambito strettamente economico, ma divennero elementi di un’idea di riforma dell’intera società.

Del resto lo Stato dimostrava esso stesso — fino alle aperture di Giovanni Giolitti all’inizio del ’900 — di voler operare proprio in termini politici, rispondendo con la più dura repressione a ogni richiesta di migliori condizioni di vita, individuandovi subito una carica eversiva. Come per i Fasci siciliani nei primi anni ’90 o per i drammatici fatti di Milano del 1898 segnati dal sangue provocato dalle cannonate di Bava Beccaris. In una simile prospettiva l’organizzarsi stesso delle realtà lavorative privilegiò strutture capaci di rappresentare interessi ed esigenze di interi ambiti territoriali, piuttosto che specifici settori produttivi. Furono, così, le Camere del lavoro con la loro capacità di far proprie le aspirazioni al progresso di un’intera comunità (comprese le pressanti richieste delle masse disperate dei disoccupati, soprattutto contadine) a costruire i più funzionali punti di riferimento operativi, prima ancora delle aggregazioni per categoria tipiche di un’avanzata dimensione industriale.

Così, alla sua nascita, nel pieno di una stagione giolittiana che favoriva il ruolo delle correnti riformatrici del socialismo, la Cgil fece proprio l’intreccio tra articolazioni orizzontali (le camere del lavoro, appunto) ed espressioni verticali (le federazioni di categoria), aderendo alla complessità di uno sviluppo dell’Italia disomogeneo e segnato soprattutto dal perdurare di un’atavica mancanza di lavoro che condannava alla disperazione (o all’immigrazione) intere aree della penisola.
Le insofferenze, prima, della cultura idealista sfocianti nei vitalistici eccessi del nazionalismo e del futurismo; poi il dramma sconvolgente della «grande guerra»; infine il convulso dopoguerra fra gli impossibili sogni del «fare come in Russia» e il concreto prevalere della reazione «in camicia nera» con una Cgil inutilmente orientata ad affidare il rinnovamento a un’ipotesi di Costituente capace di indirizzare in positivo le spinte partecipative dei lavoratori: furono queste le tappe successive di un processo che travolse il libero sindacalismo fino allo sfrontato annientamento del 1926 imposto dal fascismo al potere.

Le stagioni più calde
E’ significativo che la rinascita della Cgil accompagni da subito il ritorno della democrazia e la nascita della Repubblica, pur se le contrapposizioni ideologiche della «guerra fredda» imposero le loro ragioni di divisione tra le diverse appartenenze partitiche dei lavoratori. Senza, peraltro, spegnere un anelito unitario che riaffiorò nelle lotte comuni già alla fine degli anni ’50, di fronte a una realtà economica in forte espansione e che si era fino ad allora avvantaggiata delle pesanti condizioni di lavoro esistente all’interno delle fabbriche. Per giungere, poi, alle stagioni «calde» dei decenni successivi, quando parve per un momento che il sindacalismo italiano fosse chiamato a una sorta di supplenza dei partiti, in ritirata di fronte alla contestazione giovanile, alla domanda di rinnovamento del rapporto Stato-cittadino, all’alternarsi delle congiunture produttive, al dilagare della pseudo-rivoluzione alimentate dal terrorismo. Sempre, comunque, pur sottoposta a così violente sollecitazioni sovente contraddittorie, la Cgil dei Di Vittorio e dei Lama seppe ritrovare nei momenti più «alti» il senso profondo di un suo essere intransigente organizzazione di tutela dei lavoratori iscritti e proprio per questo, a un tempo, di proporsi quale soggetto di una generale politica di crescita materiale e civile dell’intera società italiana.

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