cgil Firenze stampa la pagina
 

Home Page


 altri articoli 2006 (Braccialini)      altri articoli 2006 (Gallotti)      altri articoli 2005 (Filtea)

Pucci lascia Firenze? È giallo sul futuro della maison

Voci insistenti parlano di spostamento dell’ufficio stile dal capoluogo toscano a Bologna, dove si trova il comparto della produzione
L’ufficio stampa inizialmente smentisce, ma al sindacato risulta che a quattro dipendenti su sette siano arrivate lettere di trasferimento

LA CASA di moda è famosa per le stampe geometriche a colori pastello

di Valeria Giglioli sull'Unità 19/12/06

Pucci abbandona Firenze? Le voci sul trasferimento a Bologna dell’ufficio stile della maison fiorentina si fanno sempre più insistenti. La griffe, che già si divide tra Milano, Bologna (dove c’è la produzione) e Firenze, è quella delle inconfondibili stampe geometriche a colori pastello, che furoreggiavano negli anni Settanta e sono tornate prepotentemente in auge col terzo millennio. È di proprietà del gruppo francese Lvmh (quello, per intendersi, di Louis Vuitton) e nel 2007 compirà 60 anni. Ma proprio in concomitanza dell’anniversario (e mentre altre storiche case fiorentine, come Gucci, scelgono di riportare a Firenze la mente creativa dell’azienda) una parte significativa dell’azienda potrebbe abbandonare la città natale, dove Emilio Pucci iniziò la sua attività negli anni Cinquanta. La sede legale e di rappresentanza e l’ufficio stile sono tuttora in Palazzo Pucci, nel cuore del centro storico: una ventina di persone che occupano un immobile il cui affitto è, ovviamente, consistente.

Dall’ufficio stampa italiano, interpellato ieri, arriva una secca smentita. Seguita, più tardi, da una nota sibillina: «Da parecchi anni l’attività dell’azienda Emilio Pucci si divide tra tre sedi (Firenze, Milano e Bologna) mentre l’ufficio stile si divide tra Firenze e Bologna». 

Dal sindacato invece arrivano informazioni più chiare: «Ci risulta - spiega Bernardo Marasco della Filtea Cgil - che siano arrivate 4 lettere di trasferimento. Che nei fatti avrebbero come risultato uno svuotamento dell’ufficio stile. Esiste un protocollo, firmato meno di due anni fa, in cui l’azienda sosteneva di non essere interessata a spostamenti di questo tipo. Se confermasse la scelta del trasferimento, decisamente preoccupante, sarebbe in contraddizione. E da parte nostra incontrerebbe forte contrarietà». 

In città le perplessità sono parecchie: «Se succedesse - commenta l’assessore provinciale alla Moda, Elisabetta Cianfanelli - Pucci rischierebbe di perdere qualcosa. La storia della griffe è strettamente legata a Firenze e uno sradicamento le toglierebbe un po’ di quell’ingrediente tra sogno ed emozione che caratterizza tutte le grandi maison». E Cianfanelli sottolinea anche come una decisione del genere si porrebbe in controtendenza: «Ci sono altre aziende - spiega l’assessore - che si stanno muovendo per riportare gli uffici del pensiero creativo a Firenze». 

Qualche preoccupazione anche dall’assessore alle attività produttive di Palazzo Vecchio Silvano Gori: «Quando tuona da qualche parte piove - dice - se fosse accertata questa riduzione dell’ufficio stile farebbe dispiacere. Perché ultimamente il territorio di Firenze ha registrato un rafforzamento: le aziende riconoscono la validità delle nostre produzioni».

inizio pagina


Il segretario della Camera del lavoro fa il punto dopo la pausa estiva
Occupazione, l’autunno è scuro

I settori in difficoltà sono quelli del vetro e della ceramica. Per la moda salve solo le imprese strutturate

dal Tirreno 18/9/06

  EMPOLI. Per l’occupazione l’autunno sarà buio. Alla ripresa delle attività dopo la pausa estiva, le prospettive non sono buone soprattutto in alcuni settori come l’abbigliamento, la chimica, il vetro e la ceramica. In particolare l’andamento non è entusiasmante dove le dimensioni sono piccole. A essere preoccupato è il segretario della Camera del lavoro Giovanni Occhipinti. Dall’inizio dell’anno sono stati persi circa 200 posti di lavoro nell’abbigliamento. 

E l’emorragia non accenna, al momento, a fermarsi. «Le prospettive economiche però - spiega il segretario - sembrano essere migliori. In ambito locale quello che era possibile fare è stato fatto. Ora l’attenzione è puntata sugli strumenti governativi a livello nazionale».  Il segretario Giovanni Occhipinti aggiunge: «Abbiamo visto che la concertazione paga in maniera notevole. Se siamo convinti dell’unità di intenti, i risultati arrivano». Segnali positivi arrivano, in particolare, da aziende che hanno investito, che sono strutturate e che hanno la possibilità di vedere il mercato. 

Per il settore dell’abbigliamento, i dipendenti della Modyva dall’inizio di questo mese sono in cassa integrazione ordinaria per nove settimane. Hanno chiesto, invece, la cassa integrazione straordinaria per il riordinamento dell’azienda Allegri di Vinci e Gallotti di Montelupo. Mentre il Gruppo Moda è l’unica impresa che non ha i propri dipendenti in cassa integrazione. «La situazione di queste realtà in particolare - spiega Daniele Cateni, referente per tessile della Cgil - dimostra sicuramente una carenza del lavoro ma la situazione non è allarmante. La cassa integrazione fa parte della struttura stessa di un’azienda e viene richiesta, ad esempio nel caso della Modyva, nel periodo del cambio di stagione, in cui gli ordinativi devono ancora arrivare». Si tratta, in sostanza, di una strategia aziendale. «Le aziende tessili che hanno richiesto la cassa integrazione - spiega ancora Cateni - quest’anno sono meno rispetto allo scorso anno. Non dimentichiamo, comunque, che sono meno anche le aziende tessili. Molte di quelle piccole hanno infatti dovuto chiudere».

inizio pagina


CGIL – CAMERA DEL LAVORO METROPOLITANA DI FIRENZE

UFFICIO COMUNICAZIONE

CENTRO SERVIZI BORGO DEI GRECI

Comunicato stampa

I nuovi ghetti della provincia di Firenze:

La FILTEA CGIL Firenze

richiede a gran voce

la riconvocazione del "Tavolo della Moda"

Firenze, 13 Settembre 2006 - Ieri alcuni quotidiani hanno riportato articoli riguardo ad abusi e sfruttamenti nei confronti di lavoratori cinesi nell’area dell’Osmannoro.

Capita che ogni tanto la stampa denunci scandalizzata questi abusi che si insinuano nel nostro modello di sviluppo anche nel nostro territorio, portando all’attenzione le condizioni di lavoro di molte aziende "cinesi" nell’area fiorentina.

Come Sindacato denunciamo da tempo le condizione di lavoro a cui sono sottoposti i lavoratori cinesi in molte aree della nostra provincia e anche la concorrenza sui costi che queste aziende fanno a coloro che invece rispettano le leggi e le regole.

Chi come noi da anni si confronta con queste problematiche sa bene che questo fenomeno è più complesso e non si può limitare alla sola denuncia o alla sola repressione.

Il sistema di imprese nella moda è organizzato in filiera e spesso la filiera, di cui anche la grande azienda non sempre riesce ad avere il controllo nelle sue ramificazioni, finisce in quei capannoni irregolari. E in alcuni casi è lo stesso sistema di imprese regolari che, attraverso alcuni punti delle filiere, si avvantaggia nell’utilizzare occultamente le aziende cinesi per abbassare i costi.

Noi siamo fortemente convinti che il nostro modello di sviluppo sia locale, che regionale e più complessivamente quello nazionale, debba seguire un’altra via, fatta di regole condivise di sostenibilità delle produzioni sia in Italia che nel resto del mondo, di valorizzazione e tutela delle filiere produttive e dei percorsi e dei processi di qualità, di cultura dei diritti del lavoro e umani, di contrasto al sommerso e all’illegalità.

Per fare ciò è necessario un luogo dove i soggetti portatori dei vari interessi possano interloquire tra loro, portando ciascuno il loro contributo. Le istituzioni hanno in questa partita un ruolo importante. Possono essere le regolatrici di questo percorso e per ciò richiediamo a gran voce la riconvocazione del "tavolo della moda" perché si affronti, insieme alle rappresentanze imprenditoriali, alle aziende più rappresentative, oltre a ai problemi del settore quali appunto le politiche per qualificare le filiere e il prodotto made in Florence, il tema del rispetto dei diritti e della dignità del lavoro nell’area fiorentina.

FILTEA CGIL Firenze

Inviato a cura dell’Ufficio Comunicazione Centro Servizi Borgo dei Greci David Buttitta

inizio pagina


ABBIGLIAMENTO Il grido d’allarme lanciato dal sindacato di categoria

«Troppi i posti persi Il distretto si snatura»

Secondo Daniele Cateni della Cgil da inizio anno hanno chiuso i battenti 14 confezioni con 80 addetti

di Bruno Berti su la Nazione 22/7/06

«Attenzione all’abbigliamento, perché si corre il rischio che la filiera del distretto industriale si rompa». Dietro a queste parole di Daniele Cateni, responsabile di zona della Filtea-Cgil, c’è il pericolo reale che la sorta di catena economica riassunta nel termine filiera si possa interrompere proprio nel cruciale anello che si chiama produzione, quello che sta più a cuore al sindacato. Ciò significherebbe anche che la nozione stessa di distretto rischia di saltare perché verrebbe meno una delle funzioni, per certi versi la principale se si parla di attività produttive.

«Il mio ragionamento — chiarisce il sindacalista — parte da un dato che ci fa rabbrividire: su 16 aziende chiuse da gennaio, 14 erano confezioni, per un totale di 80 dipendenti che hanno perso il lavoro». Visto che le grandi aziende hanno passato la mano da tempo e che la crisi attanaglia l’abbigliamento da molti anni, hanno pagato pegno anche tante piccole imprese, che magari non sono neppure balzate agli onori della cronaca quando hanno cessato l’attività. Queste chiusure comunque hanno indebolito ulteriormente la parte produttiva dell’attività dell’abbigliamento. «Restano, è chiaro, i cinesi, tra imprese regolari e non». E meno male che ci sono i lavoratori con gli occhi a mandorla, altrimenti la nostra zona centro della moda della Toscana avrebbe perso il titolo già da molto.

Quindi, per il sindacato c’è bisogno di riaggiustare la situazione del distretto industriale, che sarà sì polisettoriale come si affannano a spiegare fior di economisti, ma senza le confezioni farebbe un salto indietro davvero deciso in termini di addetti alla produzione. Non siamo ancora a questo punto, sia chiaro, ma gli allarmi hanno un senso se permettono a chi di dovere di correre ai ripari. Quando la situazione è compromessa, è sempre più difficile riuscire a compiere interventi che vadano oltre l’emergenza.

E allora, se da un lato si deve anche pensare che le caratteristiche del distretto possono cambiare nel senso di una maggiore flessibilità (la grande fabbrica ormai è solo un ricordo), la risposta non può essere la chiusura tendenziale dei reparti produttivi. «Se no non si vede come potrebbe sopravvivere il made in Italy». Quindi per il sindacato la ricetta è quella della tracciabilità del prodotto, vale a dire che il consumatore sappia davvero dove il capo è stato confezionato, non solo dove è stato pensato. Poi i lavoratori devono essere formati per riuscire a poter essere all’altezza dell’altro elemento che dovrebbe reggere le sorti delle confezioni, quell’innovazione di prodotto che peraltro serve in tutti i settori dell’attività economica. «Tutto questo avrebbe il senso di dare realmente una prospettiva al settore manifatturiero, la produzione industriale».

Il quadro non è solo fosco, perché ci sono aziende che hanno deciso di rimanere nella zona e che sono disposte a investire. L’esempio più rilevante a questo proposito è quello del gruppo Allegri. L’impresa sta ristrutturando con l’uso dello strumento della cassa integrazione ma anche con investimenti di tutto rispetto. «Il messaggio è che si può accettare la sfida del mercato senza necessariamente cessare la produzione in zona».

inizio pagina


Mobilità in deroga per altri 90 lavoratori della moda

Circa 90 lavoratori del settore moda del Circondario godranno della mobilità in deroga e si andranno ad aggiungere agli altri lavoratori già in mobilità.

Questa decisione è stata assunta presso la Direzione Provinciale del Lavoro di Firenze dopo la firma di un verbale di accordo sottoscritto a nome del Circondario empolese valdelsa da Laura Cantini, Sindaco di Castelfiorentino, dalla CNA, firmatario Luigi Tafi, da Giovanni Occhipinti, della CGIL, Stefano Nuti, della Cisl e da altri dirigenti dell'Assindustria, Artigianato Fiorentino, INPS di Empoli e Firenze e a nome della Direzione Provinciale del Lavoro dalla dott.ssa Agata Mutolo.

La somma destinata per il trattamento di mobilità in deroga per quest'ultimi lavoratori è di un milione e ottocentomila €, che fanno parte delle risorse stanziate per il sostegno finalizzato al superamento della crisi delle aziende della filiera produttiva della moda del Circondario empolese-valdelsa. Una verifica per fare il punto della situazione sarà avviato a settembre con la convocazione delle parti.

13 Giugno 2006

inizio pagina


ECONOMIA L’intesa sottoscritta tra governo, enti locali, sindacati e parti sociali

Accordo sulla ‘cassa’ ok Salvati posti di lavoro

Gli ammortizzatori sociali sono stati estesi ai settori dell’abbigliamento e del calzaturiero

di Bruno Berti su la Nazione 10/6/06

L’accordo sull’estensione della cassa integrazione e della mobilità alle piccole imprese del settore moda, firmato l’anno scorso tra il governo, gli enti locali del Circondario, le parti sociali e l’Inps sta dando buoni risultati: ha permesso infatti di evitare un buon numero di licenziamenti. L’intesa aveva una dotazione di 9,5 milioni di euro, poi suddivisi a livello locale in 2 milioni per la mobilità e 7,5 per la cassa integrazione in deroga, come si dice in gergo visto che vanno a imprese che in origine non ne potrebbero usufruire. Recentemente il ‘capitolo’ della mobilità, che era quasi a secco, è stato rimpolpato con altri 1,8 milioni di euro.

Il giudizio positivo sull’accordo arriva guardando con un po’ di attenzione ai dati sull’applicazione dell’intesa. I sindacati puntavano a estendere i cosiddetti ammortizzatori sociali alle piccole imprese per evitare, in caso di crisi un po’ più grave di quelle abituali, il ricorso allo strumento invalso: il licenziamento puro e semplice e spesso la chiusura dell’azienda. Sull’altro fronte le organizzazioni di categoria miravano ad evitare di veder diminuire il numero degli associati nel caso di cessazione dell’attività. E naturalmente sia le organizzazioni dei lavoratori che quelle delle imprese avevano a cuore il mantenimento delle imprese e degli addetti in funzione di un’opportunità di sviluppo per tutta l’area dell’Empolese Valdelsa.

Tra il gennaio 2005 (data di avvio delle richieste di ‘cassa’) e mercoledì scorso, le aziende che hanno presentato domanda per usufruire della cassa integrazione sono state 128: chi per un periodo (la durata minima della Cig, quattro settimane) chi fino a diciotto. In quest’ultimo caso vuol dire che si sono fatte più richieste e che poi non si è usufruito della ‘cassa’, visto che il massimo a cui si può puntare sono dodici periodi. Le imprese che hanno fruito dell’estensione degli ammortizzatori sociali, perché questo ha significato l’accordo, avevano in media 6,5 dipendenti ciascuna. Nella graduatoria, se così si può dire, ci sono le richieste per un periodo di ‘cassa’ (35 aziende), seguono quelle con due (22), con tre (12), con 4 (13), con cinque (11), con sei (7) e con sette (5). Seguono un’impresa con nove periodi, un’altra con tredici e una terza con i diciotto che abbiamo citato sopra. Nell’elenco figurano anche 7 aziende che non hanno chiesto la cassa integrazione e sono passate direttamente alla mobilità, probabilmente perché nel loro caso la situazione era più brutta, mentre altre 13 hanno chiuso proprio senza richiedere alcunché. Qualche cessazione di attività c’è stata anche tra le imprese che si sono rivolte all’Inps per ottenere la ‘cassa’, dieci casi. La riduzione di personale attraverso la mobilità, inoltre, ha riguardato anche 5 confezioni che avevano presentato i documenti per la cassa integrazione in deroga in base all’intesa.

Le domande presentate dalle 128 aziende di cui abbiamo parlato hanno significato l’impiego di circa una metà delle risorse previste dall’accordo con il governo (9,5 milioni di euro). «Con l’applicazione del protocollo — dice Daniele Cateni della Filtea-Cgil — si sono evitate molte chiusure di imprese», restituendo un po’ di speranza a un settore che ha vissuto una crisi davvero infinita: ben cinque anni.

inizio pagina


Hanno minacciato lo sciopero, ora il sindacato sta trattando

Quindici operai senza stipendio da tre mesi

dal Tirreno 30/5/06

EMPOLI. Non ricevono lo stipendio da tre mesi e ieri mattina, esasperati da questa situazione, volevano scendere in sciopero. Solo all’ultimo tuffo l’azienda lo ha evitato promettendo ai 15 dipendenti un piano di rientro. Si tratta dell’azienda di confezioni Moda global service che ha sede a Terrafino (si trova accanto ad Antenna 5).  Ieri mattina la Cgil aveva concordato con i dipendenti la protesta.  «Gli operai non riscuotono più - spiega Daniele Cateni della Cgil - l’azienda è in difficoltà finanziarie e la stuazione all’interno è pesante. Stamani (ieri mattina) abbiamo fatto una trattativa che spero possa avere un risultato positivo. 

L’azienda ci ha spiegato che il lavoro è rientrato e abbiamo fatto un preaccordo: il 5 giugno dovranno pagare una prima parte degli stipendi arretrati». «Se rispetteranno questa scadenza - spiega ancora Cateni - dopo il 5 giugno firmeremo un accordo con il piano di rientro delle mensilità al completo».  «Non vogliamo far chiudere l’azienda - spiega ancora il sindacalista della Cgil - ma devono rispettare le scadenze e iniziare a pagare gli stipendi». L.A.

inizio pagina


ECONOMIA La preoccupata analisi del sindacato del tessile abbigliamento: si parla di una ripresa che deve ancora consolidarsi

Moda, 40 posti a rischio

da la Nazione 8/4/06 di Bruno Berti

Il sindacato è alle prese con tre procedure di mobilità in altrettante confezioni della zona empolese (i nomi per ora sono coperti dal riserbo perché sono in corso trattative). I provvedimenti riguardano 40 persone e segnalano che la crisi è una realtà ancora corposa e pericolosa per il posto di lavoro di tante persone, oltre che per le aziende. «Segnaliamo anche — dice Daniele Cateni, responsabile della Filtea-Cgil di zona — che altre procedure potrebbero essere aperte, almeno stando a quanto si sente dire, in un futuro più o meno immediato».

Se le difficoltà del sistema moda sono lungi dall’essere risolte, c’è però da ricordare che non mancano segnali in controtendenza, magari sporadici. «Nei primi tre mesi di quest’anno le imprese artigiane hanno fatto un minor ricorso alla cassa integrazione e i licenziamenti sono in calo. Si profila un po’ di movimento nell’attività, con qualche accenno di vivacità negli ordini. Naturalmente, come accade quasi sempre in questi casi, gli elementi positivi non sono distribuiti in modo uniforme: si può parlare piuttosto di un andamento a macchia di leopardo. Semmai la crisi continua a mordere pesantemente nel comparto dei calzaturifici».

Nell’industria, invece, la cassa integrazione è in aumento, mente prosegue l’andamento negativo dei calzaturifici, in particolare a Fucecchio. Sul fronte della mobilità abbiamo già detto. In pratica si può parlare di una ripresina, che naturalmente deve affermarsi, altrimenti una marcia indietro è sempre possibile, in particolare se mancano i requisiti di base, come quelli di un reale miglioramento del tono del sistema moda. «Inoltre l’accenno di ripresa di cui abbiamo parlato per gli artigiani potrebbe raffreddare fino a congelarsi del tutto se le imprese più grandi non dovessero passare loro ordini magari perché l’andamento non accenna a uscire dal territorio negativo».

E poi, per avere sicurezze non basta produrre capi di qualità. Lavorare per le grandi firme, se non si è un’azienda storica del settore, non è poi così facile né mette automaticamente al sicuro dalle tempeste che si possono scatenare sul mercato. «Finché si parla di produzioni abbastanza piccole tutto va bene, se però il prodotto che si realizza incontra il favore del pubblico le cose possono diventare difficili. Vale a dire che il committente può ritenere più opportuno, e accade più frequentemente di quanto non si pensi, far realizzare i capi o la linea di prodotto all’estero, magari usando il lavoro dell’impresa locale come una sorta di campionario». Si può dire che al danno si aggiunge la beffa.

Non manca, nelle parole di Cateni, un accenno ai problemi dei costi energetici. «Anche nelle aziende del sistema moda il prezzo dell’energia si fa sentire, e il governo non sta facendo nulla per dare una mano a imprese che, viste le loro difficoltà, vivono con più apprensione l’impennata dei costi del metano.

 

ECONOMIA L’idea è quella di avere un ruolo autonomo sul mercato
«Bisogna intervenire nella distribuzione»

Le imprese del sistema moda, nella stragrande maggioranza, convivono con un problema che aggrava gli effetti di una crisi che ormai dura da ben cinque anni. La questione è quella della distribuzione, che può garantire un ruolo nella commercializzazione dei prodotti. E’ chiaro che per ottenere risultati si devono investire soldi, però si tratterebbe di euro ben spesi poiché una simile iniziativa permetterebbe di potersi sganciare, a patto chiaramente di disporre di prodotti propri, da quella dipendenza dalle grandi firme di cui parliamo sopra.
«Sappiamo bene — dice Daniele Cateni della Filtea-Cgil — che ci possono essere imprese che non arriveranno mai a disporre dei fondi necessari per aprire, ad esempio, un negozio in Russia, che è la terra promessa per i nostri prodotti di qualità. La soluzione potrebbe essere quella di consorziarsi con altre imprese superando l’eccesso di individualismo che caratterizza gli imprenditori. E magari ci vorrebbe anche un aiuto da parte del governo».

inizio pagina


Nove milioni di euro in tre anni, aprirà negozi e anche un outlet
Allegri combatte la crisi investendo

Accordo con sindacati e dipendenti: cassa integrazione ma nessun licenziamento e un piano di rilancio del marchio

Guido Fiorini sul Tirreno 3/3/06

 EMPOLI. Sessanta persone in cassa integrazione per 18 mesi, ma anche nove milioni di investimenti in tre anni, nessun licenziamento e mantenimento della produzione nell’Empolese. La Dismi 92 della famiglia Allegri affronta la crisi della moda che sta mettendo in ginocchio la zona con una scelta in controtendenza rispetto agli altri imprenditori del settore. Proprio ieri mattina è stato firmato un accordo fra dirigenti e sindacati che, oltre a gettare le basi per il rilancio dell’azienda, è un segnale chiaro per l’economia dell’area: gli Allegri non smobilitano ma rilanciano, con coraggio e spirito imprenditoriale. L’accordo, al termine dell’assemblea, è stato sottoscritto dai lavoratori con il cento per cento di sì.

Gli investimenti. Nove milioni di euro in tre anni. Questo è quanto gli Allegri metteranno nell’azienda. Il progetto prevede di riunire le due sedi locali in una unica in via Limitese, grazie ad un capannone che è già in costruzione e l’ampliamento dello showroom di Milano. In via Limitese nascerà anche un “outlet” dove Allegri venderà direttamente le rimanenze delle collezioni dell’anno precedente e i campionari. Inoltre sarà ampliata la rete di negozi a marchio Allegri in “franchising”. Previsti anche investimenti in pubblicità e fiere.

La cassa integrazione. È stata chiesta per sessanta persone e per diciotto mesi, ma i dipendenti interessati alla fine saranno qualcuno meno. «I lavoratori hanno accolto con soddisfazione la firma - spiegano Daniel Cateni della Filtea-Cgil e Michele Cataneo della Uilta - e anche noi non possiamo che essere contenti per aver evitato licenziamenti. Anzi, riteniamo che questo accordo sia un segnale per tutta la zona. Speriamo che anche altri imprenditori, pensiamo per esempio a Gallotti, facciano una scelta analoga». Adesso l’accordo sulla cassa integrazione straordinaria, legata al rilancio dell’azienda, passerà al vaglio della Provincia e poi del ministero del Welfare. Diventerà operativo all’inizio di aprile.

La formazione. Ma l’accordo non si ferma qui. Nel periodo di cassa integrazione, grazie all’Agenzia per lo Sviluppo e ai fondi di un bando europeo, i dipendenti seguiranno corsi di formazione per migliorare la propria professionalità e diventare più duttili. Al rientro in azienda potranno dare qualcosa in più sul piano della qualità. «Sono corsi finanziati da un bando - spiegano i due sindacalisti - e saranno seguiti anche dai dipendenti della Gallotti».

L’indotto e le certificazioni. Un altro segnale Allegri lo lancia ai contoterzisti della zona. Chi saprà dare qualità potrà lavorare con la Dismi. «Vogliono far crescere ancora la qualità del prodotto - dicono Cateni e Cataneo -. Per questo hanno ottenuto la certificazione etica “Sa 8000” che prevede di non delocalizzare e non usare lavoro minorile e quella ambientale “Iso 14000”. Chiederanno di fare lo stesso alle aziende dell’indotto. Al tempo stesso, però, sono disponibili a dare opportunità di lavoro alle ditte del territorio che dimostreranno di avere i giusti standard qualitativi».

inizio pagina


EMPOLI

Allegri: investimenti e cassa integrazione

da la Nazione 3/3706

EMPOLI — Allegri, marchio storico dell’abbigliamento empolese, decide di rilanciare e di aggredire la crisi. I dirigenti dell’azienda hanno siglato con i sindacati un accordo che prevede la cassa integrazione per un massimo di 60 addetti (la società ne impiega 202 con un fatturato di 55 milioni di euro) per un periodo di 18 mesi e un piano di investimenti da 9 milioni in tre anni.

Per le organizzazioni sindacali si tratta di un segnale preciso lanciato al sistema imprenditoriale della zona. «E’ un accordo positivo — spiega Daniele Cateni della Filtea-Cgil — perché prevede investimenti, qualità e innovazione, rifuggendo dalla ‘facile’ soluzione dei licenziamenti. L’intesa che abbiamo sottoscritto e che è stata approvata senza voti contrari dall’assemblea dei lavoratori dimostra che si possono anche compiere scelte diverse da quella di chiudere: si può ristrutturare per essere pronti alle sfide future». Durante la ‘cassa’ sono previsti corsi di formazione per avere personale più preparato. Bruno Berti

SINDACATO Piano di riorganizzazione aziendale

Allegri, «rivoluzione» per essere più forte

 di Bruno Berti

In una crisi del sistema moda che è davvero pesante ci sono anche imprese che riescono a non adottare la soluzione più scontata, quella della riduzione di personale. L’esempio è stato fornito ieri dai sindacati di categoria Filtea-Cgil e Uilta-Uil che hanno illustrato l’accordo raggiunto al gruppo Allegri. «Le aziende — dice Daniele Cateni della Filtea-Cgil — licenziano, anche se non manca chi punta sull’eccellenza. Si riduce il personale magari per delocalizzare, vale a dire andare a produrre all’estero a costi stracciati». Anche il potente gruppo Allegri, 202 addetti con un indotto di 1.500 persone e un fatturato di 55 milioni di euro, non può uscire indenne dai colpi della crisi. «Però la via scelta dai vertici dell’azienda di via Limitese è quella del rilancio imprenditoriale: l’intesa prevede investimenti per 9 milioni di euro in tre anni. Saranno sviluppati i settori della direzione creativa, della pubblicità, del design, delle fiere e del commerciale. Inoltre il gruppo punta a riorganizzare la sede di Milano ed a dare vita a un factory outlet (negozio aziendale) che sorgerà accanto alla sede. Le due sedi operative di via Limitese e di via Oberdan saranno accorpate poco lontano dalla prima, nel nuovo stabilimento. Ci sarà anche un periodo di cassa integrazione guadagni per riorganizzazione, di 18 mesi, per 60 addetti, che seguiranno corsi di formazione che li porteranno ad acquisire nuove professionalità».

L’Allegri ha già dato il segnale che intende restare sul mercato da protagonista con l’arrivo dei due stilisti Viktor Horsting e Rolf Snoeren, più noti con il ‘marchio’ Viktor & Rolf, a cui è stato affidato l’incarico di disegnare le collezioni e la supervisione creativa di tutte le attività d’immagine del marchio. L’azienda continuerà poi a collaborare con Armani, una garanzia di posizionamento su livelli alti di qualità, e con la griffe Neill Barrett.

«Per noi — dicono Cateni e Michele Cataneo della Uilta-Uil — si tratta di un accordo positivo perché si investe, si guarda alla qualità e all’innovazione e soprattutto non si licenzia. L’intesa ci dice che si possono fare scelte diverse da quella di chiudere: si può ristrutturare per essere pronti alle sfide che verranno». Restando a produrre qui.
L’accordo contiene anche impegni sulla certificazione etica sia per Allegri che per le imprese dell’indotto: «Vale a dire che ci sarà la garanzia del rispetto dei diritti sindacali e dell’ambiente. Accordi simili sono stati raggiunti solo con multinazionali come Gucci e Fila». Inoltre il gruppo si impegna a cercare sul territorio aziende che producano con il livello di qualità Allegri: un’opportunità in più per l’area.

«Nel documento — aggiunge Cataneo — si fa riferimento anche alla creazione di una catena di negozi in franchising e all’apertura di un punto vendita in Cina».
Il piano siglato dai sindacati è stato approvato dall’assemblea dei lavoratori senza voti contrari. La cassa integrazione, se arriveranno tutte le autorizzazioni necessarie, potrebbe partire ad aprile, mentre i corsi di formazione prenderanno il via da maggio.

«CassintegratI da mesi senza soldi»

Un centinaio di posti di lavoro andati perduti nelle piccole aziende, quelle con meno di 15 addetti. Altri 50-60 posti spariti invece nelle imprese più grandi. Questi i numeri della crisi del settore moda nell’Empolese Valdelsa per quanto riguarda il 2005. Una crisi che ha lasciato il segno e continua a creare problemi. Basti dire che l’anno scorso sono stati 750 i lavoratori interessati dalla cassa integrazione straordinaria (piccole imprese), mentre sono state nel complesso 110 mila le ore di cassa integrazione nel settore per l’Empolese Valdelsa.
E c’è un problema in più. Buona parte di quei 750 lavoratori delle piccole imprese finiti in cassa integrazione straordinaria nel 2005 sono ancora in attesa dei soldi. «Non sappiamo di chi sia la responsabilità — sostiene il dirigente della Cgil, Cateni — fatto sta che ci sono anche casi di operai in ’cassa’ da molti mesi che non hanno ancora ricevuto un euro...». Proprio per affrontare questa emergenza il 6 marzo è in programma, alla direzione provinciale del lavoro, un vertice tra tutti i soggetti che siglarono il patto grazie al quale l’Empolese Valdelsa ha potuto contare, fino a fine 2006, su 9,5 milioni di euro per la «Cigs» nelle Pmi.

inizio pagina


ECONOMIA
I posti di lavoro sono stati persi in tre confezioni dell’Empolese e due dellaValdelsa

Moda, 15 licenziati

di Bruno Berti su la Nazione 28/1/06

Quindici posti di lavoro sfumati dall’inizio dell’anno nelle aziende del sistema moda. Non è un record, temiamo, ma sicuramentre è un dato negativo che deve far riflettere tutti: organizzazioni di categoria, istituzioni e sindacati. Questi ultimi sono ben consci del problema, visto che sono alle prese con le conseguenze della crisi, i licenziamenti, ogni volta che un’azienda non ce la fa, per i motivi più vari, a reggere sul mercato.

Le 15 persone che hanno perso il lavoro erano alle dipendenze di tre imprese dell’abbigliamento (due chiuse e una interessata da riduzione di personale) di Empoli e di due confezioni della Valdelsa, a Castelfiorentino e Certaldo, che hanno ridotto i dipendenti. «In massima parte — dice Daniele Cateni della Filtea-Cgil — si tratta di aziende artigiane: di industrie ce n’è soltanto una, piccola, con meno di 15 addetti».
Si può dire tranquillamente che il calvario continua per le aziende del sistema moda dell’Empolese Valdelsa alle prese con una crisi che non accenna a terminare. «Noi — spiega Cateni — chiediamo nuovamente la convocazione del tavolo della moda. Abbiamo bisogno di un momento di chiarezza e di iniziative che ci portino a uscire dalle difficoltà». Secondo il sindacalista, le imprese (salvo quelle grosse) da sole non hanno la possibilità di trarsi d’impaccio. «In questa valutazione tornano temi noti ma pur sempre importanti che fanno parte delle nostre valutazioni e che sono ormai diventati un patrimonio comune per la nostra realtà produttiva. Mi riferisco alla scarsa dotazione di capitali che caratterizza molte imprese e alle banche che troppo spesso stringono i cordoni della borsa». E’ chiaro che confezioni che hanno bisogno di ‘fiato’ economico per rispondere alle sfide della concorrenza non possono fare a meno dell’ossigeno finanziario. «Noi crediamo che le istituzioni e le organizzazioni di categoria debbano aiutare le imprese, e quindi i lavoratori alle loro dipendenze, per difendere la qualità». Una qualità che per la Filtea-Cgil si ottiene imboccando un’unica strada, quella dei consorzi tra imprese. «Solo così potremo superare i problemi che abbiamo sottolineato, senza dimenticare che c’è bisogno di uno scatto di reni che punti al nodo della promozione all’estero». Un’impresa piccola non può certo affrontare il difficile settore dell’export da sola, ma se unisce le proprie forze con altre i risultati possono arrivare. «Non vogliamo dover parlare solo di ‘morti’ imprenditoriali con le conseguenti vittime tra operai e impiegati».

inizio pagina