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altri articoli 2016

Tetto all’80% delle ore per la Cigs

Ammortizzatori sociali. Entra in vigore dopo due anni la stretta prevista dal Dlgs 148/2015 in attuazione del Jobs act

di Antonino Cannioto e Giuseppe Maccarone sul Sole 24 Ore 11 settembre 2017

l 24 settembre sarà un momento di svolta per tutte le aziende che gravitano nell’orbita della cassa integrazione guadagni straordinaria (Cigs). Entra in vigore, infatti, una limitazione all’uso della cassa introdotta dall’articolo 22, comma 4, del Dlgs 148/2015, di riordino degli ammortizzatori sociali: le autorizzazioni di Cigs richieste per riorganizzazione e crisi aziendale potranno essere concesse entro il tetto massimo dell’80% delle ore lavorabili nell’unità produttiva interessata nell’arco di tempo del programma autorizzato. Indubbiamente, si tratta di una forte innovazione, che fa calare il sipario su una prassi consolidata nel tempo per cui alcune imprese, potendo contare sulla Cigs a zero ore per tutto il personale durante il periodo disponibile, erano aperte solo “virtualmente”, senza, in realtà, alcun lavoratore all’opera.

Ci si avvia al cambiamento e, quindi, per le due causali più ricorrenti (riorganizzazione e crisi aziendale) in cui la conclusione della consultazione sindacale, la presentazione dell’istanza di accesso al trattamento e le conseguenti sospensioni avvengano a decorrere dal prossimo 24 settembre, le imprese dovranno fare i conti con il paletto imposto dalla norma.

Se da una parte la disposizione evita, come anticipato, il possibile ricorso alla Cigs a zero ore dell’intera unità produttiva, dall’altra non preclude la sospensione totale di singoli lavoratori.

La logica della norma

Il Dlgs 148/2015 è entrato in vigore il 24 settembre 2015 ma, in forza di una previsione contenuta nell’articolo 44, comma 3, questa limitazione è rimasta in standby per 24 mesi, durante i quali le cose sono rimaste inalterate.

Adesso, il periodo transitorio è arrivato alla scadenza e, conseguentemente, la norma di contenimento fa il suo ingresso nel quadro giuridico.

Qual è la ratio di questa previsione? Per comprenderne a fondo la portata, bisogna considerare che il decreto di riordino degli ammortizzatori sociali attua i principi postulati dalla legge delega (legge 183/2014, il cosiddetto Jobs act).

Tra le più rilevanti linee guida dettate dalla legge 183/2014 va annoverata la revisione dei limiti di durata dei trattamenti di cassa, che – secondo i principi della delega - vanno rapportati al numero massimo di ore lavorabili nel periodo di intervento della Cig.

In questa direzione va, ad esempio, la riduzione da 36 a 24 mesi del periodo complessivo di durata dei trattamenti nel quinquennio mobile (si veda anche Il Sole 24 Ore dell’8 settembre).

Va, altresì, considerato che la Cigs è uno strumento utile a fronteggiare situazioni di crisi aziendali e di eccedenza occupazionale particolarmente significativi e che potrebbero portare a licenziamenti di massa, con evidente ripercussione sul fronte sociale. Il suo scopo è, quindi, quello di curare un momento di patologia anche grave ma non terminale.

In questo senso, già dal gennaio 2016 – in forza di una previsione contenuta nella legge 92/2012- non è possibile ricorrere all’intervento straordinario nei casi di cessazione dell’attività produttiva dell’azienda o di un ramo di essa.

La durata della Cigs

Tornando ai limiti temporali, vale la pena di ricordare che, per la causale di riorganizzazione aziendale – al cui interno si collocano i casi di ristrutturazione e conversione aziendale previsti dalla normativa antecedente al decreto di riordino (legge 223/1991) – la durata massima del trattamento è pari a 24 mesi, anche continuativi, in un quinquennio mobile, per ciascuna unità produttiva.

Per crisi aziendale, invece, il periodo massimo è inferiore e non può eccedere i 12 mesi, anche continuativi. Il Dlgs 148/2015 ha attratto nell’alveo della Cigs anche il contratto di solidarietà difensivo(Cds) - che, in precedenza, godeva dell’autonomia normativa assegnatagli dalla legge 863/1984 – portando così a tre il totale delle causali per cui è possibile richiedere l’intervento pubblico straordinario.

Nell’ambito della durata complessiva dei trattamenti, il legislatore ha voluto in qualche modo spingere le aziende verso l’uso del contratto di solidarietà difensivo e ha previsto che, ai fini del calcolo dei 24 mesi di durata massima, il trattamento di integrazione salariale per Cds sia computato per la metà.

In questo modo, per esempio, laddove nel quinquennio mobile, un’impresa faccia ricorso alla Cigs solamente per Cds, l’intervento salariale potrà durare 36 mesi (fino a 24, infatti, il periodo varrà la metà, ovvero 12 mesi cui può aggiungersi un ulteriore anno). Questa logica non vale per le imprese edili e affini che, in relazione a quanto previsto dal secondo comma dell’articolo 4 del decreto di riordino, possono contare su un periodo massimo complessivo più ampio, di 30 mesi nel quinquennio mobile, per ciascuna unità produttiva.

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Intera o parziale? Come controllare la quattordicesima

In pagamento da sabato scorso, per tanti è la prima volta
La Cgil avverte: occhio agli errori. Il rebus dei 64 anni

di GIACOMO PELFERÈ dal Tirreno 3 Luglio 2017

tempo di quattordicesima per 3 milioni e mezzo di pensionati, circa un milione e mezzo in più rispetto ad un anno fa, per effetto della legge di bilancio 2017 che per la prima volta ha esteso la platea dei beneficiari. Il contributo aggiuntivo è in pagamento da sabato, insieme alla rata di luglio. Due le novità in arrivo: da un lato un contributo maggiorato del 30% per chi già riceveva la quattordicesima anche in passato, dall'altro l'introduzione di una nuova fascia di reddito che ha ampliato i beneficiari di quasi un terzo. Di conseguenza, chi scoprirà di aver ricevuto qualche centinaio di euro in più, è bene sappia che non si tratta affatto di un errore dell'Inps ma di un diritto acquisito. Piuttosto, è bene essere informati per sapere se si rientra o meno nel bonus, conoscendo soprattutto l'importo al quale si ha diritto, in modo da non farsi trovare impreparati e potersi muovere di conseguenza nel caso la quattordicesima non arrivasse. Cerchiamo di capire, quindi, chi rientra nel trattamento aggiuntivo, quanto soldi in più riceverà e come comportarsi se si teme di essere stati "dimenticati" dall'Inps.

BENEFICIARI STORICI: I NUOVI IMPORTI Introdotta dal 2008 per tutti i titolari di trattamenti pensionistici derivanti dal versamento di contributi, la quattordicesima era erogata fino al 2016 agli ultra 64enni con reddito fino a 1,5 volte il trattamento minimo (vale a dire fino a 9.786,86 euro l'anno), con tre importi differenziati in base agli anni di contribuzione. Per effetto della maggiorazione introdotta con la legge di stabilità 2017, i vecchi beneficiari riceveranno 437 euro se hanno versato fino a 15 anni di contributi, 546 tra 15 e 25 anni e 655 euro oltre i 25. Per i pensionati da lavoro autonomo valgono le stesse cifre ma calcolando 3 anni in più di contributi: fino a 18 anni, tra 18 e 28 e oltre i 28.

I NUOVI BENEFICIARI: LE CIFRE A questa fascia di reddito "storica", la legge di stabilità ne ha aggiunta per la prima volta un'altra, compresa tra 1,5 e 2 volte il trattamento minimo, che tradotto in numeri significa tra 9.786,86 euro e 13.049,15 euro l'anno. Gli ultra 64enni che rientrano in questo intervallo riceveranno 336 euro se hanno versato fino a 15 anni di contributi, 420 tra 15 e 25 e 504 oltre i 25. Anche in questo caso, a parità di cifre, occorre sommare 3 anni di contribuzione in più per i pensionati da lavoro autonomo.

LA QUATTORDICESIMA "PARZIALE"Chi supera di poco il reddito massimo di 13.049,15 euro, avrà comunque diritto ad una parte di quattordicesima: il limite massimo, infatti, si ottiene sommando 13.049 alla cifra spettante in base agli anni di contribuzione. Per un ex dipendente con 26 anni di contributi, ad esempio, il tetto massimo sarà di 13.553 euro (che si ottiene sommando 13.049 ai 504 euro previsti per le contribuzioni sopra i 25 anni). Facendo la differenza, ipotizzando un assegno annuo di 13.200 euro, la quattordicesima sarà di 353.

CHI COMPIE 64 ANNI NEL 2017 Il contributo aggiuntivo viene erogato anche a coloro che, rientrando nei requisiti, compiono i 64 anni nell'arco del 2017. Tuttavia, chi è nato nei primi 7 mesi dell'anno la riceverà normalmente con la rata di luglio, mentre chi compie 64 anni dal 1 agosto in poi, solo per questa volta la riceverà con la rata di dicembre.

ATTENZIONE AGLI ERRORI Alla luce delle novità di quest'anno, però, secondo gli addetti ai lavori non è da escludere che il "cervellone" dell'Inps possa dimenticarsi di qualcuno, specialmente tra chi rientra nella nuova fascia dei beneficiari o ha compito 64 anni da pochi mesi. «Di sicuro qualcosa salterà - conferma Alessandro Gasparri, direttore dei patronati Inca Cgil della provincia di Pisa -. Specialmente tra i nuovi pensionati può succedere che il sistema non agganci la loro posizione». In ogni caso non c'è da allarmarsi: «Di solito se qualcosa salta viene recuperato il mese successivo - dice Gasparri - il consiglio è di aspettare la rata di agosto e quella di settembre. A quel punto, se la quattordicesima non fosse ancora arrivata, si può fare domanda per richiederla».

A CHI RIVOLGERSI Occorre ricordare che il versamento della quattordicesima avviene in maniera del tutto automatica, come la normale pensione, senza bisogno di presentare alcuna richiesta. Tuttavia, se si pensa di essere stati esclusi pur avendone i requisiti, è possibile rivolgersi ad una lega dei pensionati o ad un qualunque patronato di propria fiducia. In questo modo, è possibile ottenere consulenza per verificare il rispetto di tutti i requisiti e presentare un'apposita domanda all'Inps.

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Sostegno dello Stato al nucleo familiare Tutto quello da sapere per ottenere l’assegno

Ecco alcuni consigli pratici per i genitori o i conviventi che siano lavoratori dipendenti oppure liberi professionisti.

da la Nazione 24 Aprile 2017

ASSEGNI al nucleo familiare? Per molti ma non per tutti. Il sostegno alle famiglie erogato dallo Stato presenta molte sfaccettature e casistiche, e si propone alle famiglie di lavoratori e pensionati che rientrano in determinati parametri. L’importo dell’assegno al nucleo familiare – sulla base delle apposite tabelle emanate annualmente dall’Inps – infatti cambia a seconda del reddito complessivo della famiglia, del numero e della tipologia dei componenti. Ma influiscono anche la presenza di figli minori e di figli inabili al lavoro. Di che cifre si parla? Si va da pochi euro fino ad alcune centinaia mensili. In ogni caso, è possibile avvalersi del patronato Inca Cgil per assicurarsi che la domanda sia compilata in maniera corretta e che l’ammontare sia quello dovuto. Nel dettaglio, l’assegno al nucleo familiare spetta ai lavoratori dipendenti ed ai pensionati con trattamenti liquidati nei fondi dei lavoratori dipendenti, oltre che ai lavoratori parasubordinati iscritti alla gestione separata.

PER I LAVORATORI l’assegno al nucleo familiare va richiesto al datore di lavoro e viene corrisposto mensilmente in busta paga (i pensionati devono richiedere il trattamento all’Inps). In caso di conviventi non sposati, gli assegni si possono richiedere esclusivamente per i figli e il reddito da considerare è solo quello di chi presenta la domanda. Condizione fondamentale per la percezione dell’assegno al nucleo familiare è che il reddito familiare complessivo derivi per almeno il 70% da redditi da lavoro dipendente o assimilati.

SE NELL’ANNO precedente il nucleo non ha percepito alcun reddito l’assegno viene comunque erogato nella misura massima secondo le tabelle. Se, invece, il nucleo ha posseduto esclusivamente redditi di natura diversa dal lavoro dipendente, per quanto di modesta entità (ad esempio la casa di abitazione), l’assegno non spetta. L’assegno deve essere richiesto entro giugno di ogni anno, in quanto viene erogato da luglio al giugno successivo. Si possono richiedere fino a cinque anni di importi arretrati.

NELLA COMPOSIZIONE del nucleo rilevano i seguenti familiari:
· il coniuge, anche non convivente purché non separato;
· i figli minorenni legittimi, legittimati ed equiparati, naturali, o anche nati da precedente matrimonio e affidati al richiedente o al coniuge;
· i figli, anche maggiorenni, se inabili;
· fratelli e sorelle del solo richiedente, se minorenni o maggiorenni inabili.
Non rientrano nel nucleo rilevante invece i figli maggiorenni non inabili e i figli, anche minorenni, se coniugati.

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Malattie professionali Aumentano le denunce 
Metà sono riconosciute: le procedure da seguire

da la Nazione 3 Aprile 2017

LE MALATTIE professionali (cioè le patologie causate dall’attività o dall’ambiente di lavoro riconosciute da un medico) in Toscana dal 2011 al 2014 fanno registrare un costante aumento nelle denunce, che poi si assestano nel 2015: in questi cinque anni, si passa da un totale di 5.854 denunce a 7.488 (dati Inail). I dati più recenti raccontano di un trend in risalita: nei primi due mesi del 2017, in Toscana ci sono state 1.255 denunce (nello stesso periodo dell’anno scorso furono 1.141): circa mille di queste nel settore industria-servizi, 189 in agricoltura. La provincia più colpita è Pisa (196): Firenze ad ora è a quota 97 (nei primi due mesi dell’anno scorso furono 77). Sempre nei primi due mesi di quest’anno, le malattie professionali più denunciate in Toscana sono quelle del sistema osteomuscolare e del tessuto connettivo (590), seguite da quelle del sistema nervoso (130), da quelle dell’orecchio (53), dai tumori (32), dalle patologie del sistema respiratorio (28).

MA QUALE è la percentuale di riconoscimento della malattia professionale? Si può dire che quasi la metà delle domande vengano accolte, e a quel punto la legge prevede che l’Inail indennizzi (con prestazioni di carattere economico, sanitario, riabilitativo), secondo regole precise, i danni subìti dal lavoratore. L’impressione del sindacato, tuttavia, è che le denunce - pur in crescita - siano minori rispetto alla reale entità del fenomeno. «Cresce la resistenza da parte dei lavoratori nel denunciare le patologie perché forte è la percezione che i loro diritti siano messi in pericolo, proprio perché oggi, più di ieri, la crisi economica ha generato un ricatto occupazionale. Questo ci preoccupa, questo combattiamo», dice Giorgio Cartocci, coordinatore Inca Cgil Toscana.

DELLE 7.488 denunce toscane di malattie professionali nel 2015, 2.260 (il 30% circa) sono state patrocinate (cioè seguite a vario titolo) dal patronato Inca Cgil Toscana, che negli ultimi anni ha investito molto nella formazione del personale per gestire queste situazioni, tanto che i servizi a disposizione sono via via aumentati. Agli sportelli del patronato infatti si può accertare che la malattia sia connessa all’attività di lavoro, avere assistenza medico - legale senza ricorrere agli studi medici privati, avviare la domanda per l’indennizzo, impedire che il datore di lavoro nasconda la patologia, ricorrere contro le decisioni dell’Inail qualora ritenute sbagliate, essere assistiti nell’evoluzione della malattia. Inoltre, è possibile sostenere la causa davanti al tribunale se la salute non consente di svolgere la mansione, e chiedere al datore di lavoro il risarcimento di quanto non indennizzato dall’Inail (il cosiddetto danno differenziale).

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Traguardo pensione Cosa fare per l’anticipo Il prestito dalle banche e i lavoratori precoci

da la Nazione 27 Marzo 2017

Traguardo pensione: Giorgio Cartocci, coordinatore del patronato Inca Cgil Toscana, con l’ultima Legge di Stabilità sono spuntate nuove strade per tagliarlo?
Da circa un anno tra sindacati e governo è in piedi un tavolo sulla previdenza per superare la rigidità della Legge Fornero. Alcuni risultati ci sono: eliminate le penalizzazioni, introdotto il concetto di lavoro precoce, ripristinata un minimo di flessibilità in uscita e il cumulo gratuito contributi. Insieme a questo si vedono alcuni miglioramenti economici, come la quattordicesima sulle pensioni basse.

Una misura è la tanto discussa Ape, il cosiddetto anticipo pensionistico.
L’Ape volontaria dà, con almeno 20 anni di contributi, la possibilità di ottenere un anticipo di pensione a 63 anni. Gli istituti di credito anticipano una somma fino al diritto alla pensione di vecchiaia, l’interessato dovrà restituirla a rate in 20 anni. Questo è uno strumento indicato dal governo, pensiamo che pochi ne usufruiranno. A differenza di quella volontaria, l’Ape social è a carico dello Stato. Hanno diritto a questo trattamento le persone di 63 anni, con 30 anni di contributi alle spalle, con particolari requisiti. Noi lavoriamo affinché i criteri di ammissione all’Ape social allarghino la platea degli aventi diritto. Conclusa la prima fase di discussione col governo, vogliamo vedere prima possibile i decreti per dare un giudizio compiuto.

Nella Legge di Stabilità arriva per la prima volta il concetto di ‘lavoro gravoso’ che completa quello di ‘lavoro usurante’, come via per anticipare la pensione.
Nella lista dei ‘gravosi’ sono state inserite categorie come infermieri a turni, maestre, autotrasportatori. Ma la lista è in corso di completamento, così come le condizioni di accesso per certe categorie. Cito gli edili, inseriti ora nei ‘gravosi’ ma con condizioni di accesso al diritto particolarmente complesse.

RITA e Opzione donna: cosa sono e a chi si rivolgono?
La RITA anticipa la rendita integrativa per chi ha aderito alla previdenza complementare. L’Opzione donna (solo per nate fino al 1958) anticipa la pensione accettando una riduzione dell’assegno.

Lavoratori cosiddetti ‘precoci’ e giovani: sono in arrivo novità dal tavolo col Governo?
Nel primo caso, si discute di un meccanismo di uscita anticipata per chi ha 12 mesi di contributi prima dei 19 anni. Nel secondo, si ragiona sull’introduzione di pensione di garanzia, cosa non prevista nel sistema contributivo: il principio è che la pensione non può essere inferiore ad un minimo garantito. Per chi vuole approfondire la materia, www.incatoscana.it.

Una corsa contro il tempo per i decreti sull’Ape Tanti nodi da sciogliere prima di partire a maggio

Claudia Marin su la Nazione 27 Marzo 2017

CORSA CONTRO il tempo per i decreti attuativi dell’Ape nelle sue diverse versioni e del canale agevolato per i lavoratori precoci. Restano pochi giorni, infatti, per il varo dei provvedimenti, pena il mancato avvio della flessibilità in uscita dal primo maggio prossimo, come previsto dalla legge di Bilancio.
Ma quali sono i nodi ancora da sciogliere dopo la girandola di incontri delle settimane passate con i sindacati?

In cima alla lista delle partite aperte ci sono alcuni aspetti che riguardano l’Ape social e i precoci, coloro che hanno cominciato a lavorare durante la minore età. Ci si riferisce, per entrambi i casi, ai lavoratori che svolgono mansioni gravose, una categoria che concerne undici attività. L’appartenenza a questo gruppo, permetterà, infatti, di godere del pensionamento a 41 anni di contributi (se sussistono almeno 12 mesi di lavoro effettivo prima del 19° anno di età) e dell’Ape social dai 63 anni (se ci sono almeno 36 anni di contributi), ma a condizione che le attività indicate siano state svolte in modo continuativo da almeno sei anni prima del pensionamento agevolato.

Ebbene, i sindacati chiedono che i sei anni possano essere maturati nel giro di almeno otto anni, per consentire l’accesso ai benefici anche a coloro che negli ultimi anni di lavoro hanno attraversato un periodo di disoccupazione o di integrazione salariale. Nello stesso ambito rientrano le richieste di inserire tra i disoccupati (per i quali valgono le stesse regole agevolate) anche coloro che hanno esaurito un contratto a termine, e di poter utilizzare il cumulo dei contributi per poter mettere a segno i requisiti accennati.

DA DEFINIRE meglio, sempre in materia di Ape social e precoci, le cosiddette finestre per le domande e l’avvio effettivo delle erogazioni dei trattamenti: è stato anticipato che una prima finestra dovrebbe essere tra il primo maggio e il 30 giugno, con la verifica dei requisiti entro ottobre e la prima erogazione a novembre. In autunno, però, si aprirebbe anche una seconda finestra, con inizio dei pagamenti a gennaio, salvo valutazione della cosiddetta capienza delle risorse stanziate per i diversi capitoli del pacchetto pensioni.

QUANTO ALL’APE volontario, il nodo da sciogliere tocca direttamente i costi dell’operazione. Secondo indiscrezioni il tasso di interesse concordato con le banche dovrebbe essere intorno al 2,75 percento l’anno. A questo si deve aggiungere il costo dell’assicurazione (pari a circa il 29-30 per cento del valore assicurato). A conti fatti si dovrebbe arrivare a circa il 4,7-5 per cento per ogni anno di anticipo rispetto all’età standard di uscita. Ma, prima di tirare le somme, conviene verificare i numeri che saranno effettivamente indicati nei testi del governo. Così come sarà utile mettere a fuoco anche le procedure e le condizioni di accesso al canale di uscita volontaria. E, d’altra parte, solo dall’arbitraggio sui diversi congegni dell’ingranaggio sarà possibile valutare la convenienza di un anticipo che potrebbe costare anche il 20 per cento della futura pensione netta.

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Farmaci e trasporti: nuovo Isee entro il 31 o arriva l’aumento

di Samuele Bartolini sul Tirreno 13 Marzo 2017

Il conto alla rovescia è cominciato. Entro il 31 marzo sarà necessario avere un nuovo Isee per le spese sanitarie e per gli abbonamenti di trasporto locale a tariffa agevolata. Il tagliando Isee-tpl è il tesserino che certifica l'appartenenza del nucleo familiare del titolare alla fascia Isee inferiore a 36.150 e dà accesso a tariffe agevolate per l'acquisto di abbonamenti ferroviari e Pegaso. Si ricorda che, scaduti i nuovi termini, chi non avrà ancora rinnovato la propria dichiarazione Isee e, di conseguenza, il tagliando Isee-tpl non potrà usufruire di tariffe tpl agevolate fino alla presentazione della nuova certificazione. Per quanto riguarda la sanità invece il nuovo Isee è necessario per dimostrare che la fascia a cui apparteniamo è inferiore a quella della denuncia dei redditi. Tutti i cittadini, ad eccezione di quelli esenti, infatti, sono tenuti a partecipare alla spesa del Servizio sanitario regionale attraverso il pagamento di un ticket. Se il ticket sul Pronto soccorso ha importi fissi, il ticket sui farmaci invece è differenziato sulla base della fascia economica di appartenenza dell'assistito. Così come il ticket sulla specialistica ambulatoriale che prevede un importo massimo per ricetta di 38 euro, al quale si somma se dovuto il cosiddetto ticket aggiuntivo, modulato anch’esso sulla base della fascia economica di appartenenza dell'assistito. «Quando andrete dal medico di famiglia a fare la ricetta elettronica per la visita specialistica o l'acquisto dei farmaci - spiega Daniele Mercati del Caaf Cgil Toscana - vi toccherà pagare un ticket più caro se avrete l'Isee 2016 scaduto. Il pagamento del ticket sarà infatti calcolato in base al reddito dichiarato nel 730 o nel Cud dell'anno scorso». «Per l'abbonamento agli autobus e ai treni regionali - dice Mercati - stessa storia. Non avrete più accesso alla tariffa agevolata. Ma qui è più semplice. Dovrete pagare la tariffa normale perché non avete fatto l'Isee 2017». Bene dunque “stare in campana”, organizzarsi per tempo e rinnovare l'attestazione entro il 31 marzo. «A noi medici di famiglia invece - aggiunge il segretario regionale dei medici di famiglia (Fimmg) Alessio Nastruzzi - non cambia niente perché elaboriamo la ricetta elettronica in automatico, sulla base dell'ultimo dato presentato». Dunque siete voi, cittadini-utenti, responsabili per voi stessi. Ma niente paura. Anche se fuori tempo massimo, potrete sempre recuperare. Infatti l'Isee si può presentare tutto l'anno. Le agevolazioni in questo caso arriveranno dopo il rinnovo. 

ISEE PER SANITÀ Ticket sui farmaci e ticket aggiuntivo sulle visite specialistiche vengono pagati in base all’Isee. Per entrambi la modulazione è fatta sulla base di 4 fasce economiche proporzionate all'indicatore Isee o, in alternativa, al reddito familiare fiscale. Se i parametri sono entrambi disponibili (Isee e reddito), prevale quello più vantaggioso per l'assistito. Se i due parametri si equivalgono, sarà utilizzato il codice della fascia di reddito. Le fasce economiche vanno da 0 a 36.151,98 euro, da 36.151,99 a 70.000 euro, da 70.001 a 100.000 euro, oltre 100.000 euro. La fascia economica di appartenenza viene individuata da una banca dati fornita dall'Agenzia delle Entrate e dall'Inps, sulla base delle dichiarazioni dei redditi dell'anno precedente (quindi relative ai redditi di due anni prima) e degli indicatori Isee in corso di validità. Più sale la fascia economica, più caro sarà il ticket da pagare. 

ISEE PER I TRASPORTI Per quanto riguarda l'abbonamento agli autobus e ai treni regionali, ci sono due fasce Isee: sotto e sopra i 36.150 euro. Una volta che avrete compilato l'Isee 2017 e risulterete tra 0 e 36.150 euro, vi sarà fornito un tesserino Isee-tpl che dà accesso a tariffe agevolate per l'acquisto degli abbonamenti. Attenzione, però. C'è un documento preliminare all'attestazione Isee. È la Dichiarazione sostitutiva unica. La Dsu contiene dati anagrafici, reddito e patrimonio del nucleo familiare. Una parte delle informazioni riportate sulla Dsu la dovete compilare voi. È quella che riguarda i dati anagrafici e i beni patrimoniali posseduti al 31 dicembre dell'anno precedente a quello in cui si presenta l'Isee. Ciò che riguarda il reddito complessivo del nucleo familiare ai fini Irpef e i trattamenti previdenziali, assistenziali e indennitari che non rientrano nel reddito Irpef viene, invece, acquisito rispettivamente dall'Agenzia delle Entrate e dall'Inps. «È conveniente provvedere alla compilazione della Dsu per ottenere il proprio indicatore Isee prima possibile - spiega Daniele Mercati del Caaf Cgil Toscana - in modo da averne la disponibilità all'occorrenza e non farlo a ridosso delle scadenze». 

ISEE PRECOMPILATO Da quest'anno c'è anche il modello Isee precompilato. Lo fornisce l'Inps al cittadino che dovrà solo inserire le modifiche della sua situazione economica rispetto all'anno precedente. Questi dati possono essere inseriti anche on line tramite il sito dell'Inps, se si possiede il codice Pin di accesso al portale dell'Istituto oppure lo Spid, il servizio di identità unica digitale. Il contribuente può affidarsi al Caaf. In questo caso ci vogliono 10 giorni lavorativi per avere l'attestazione Isee. I dati, infatti, vengono inviati all'Inps e all'Agenzia delle Entrate che verificano la correttezza delle informazioni e, poi, inviano il documento al Caaf.

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Bonus
L’assegno di maternità 

I requisiti legati all’Isee

da la Nazione 10 Aprile 2017

«LE POLITICHE della famiglia somigliano a tante cartoline elettorali di diverso colore, utili solo a raccogliere consenso, ma inefficaci a tracciare un sistema di sostegno reale per chi volesse avventurarsi a fare figli».

MORENA PICCININI, presidente Inca Cgil, non allude solo al premio alla nascita, introdotto con la legge di bilancio 2017 in favore delle madri che partoriranno nel 2017 (“un assegno di 800 euro, una tantum, che è un ‘niente’ rispetto a quanto una famiglia spende per affrontare una maternità”). In generale è infatti sotto accusa la logica dei «bonus» a pioggia e a prescindere, come è stato quello di 500 euro, indirizzato indistintamente ai diciottenni, siano essi ricchi o poveri, per favorire il loro apprendimento culturale.

CON LO STESSO SPIRITO sono state scritte le norme sull’assegno alle future mamme e sul bonus nido di 1000 euro. Inserite nell’ultima legge di Bilancio 2017, queste misure si vanno ad aggiungere a quelle già in vigore da diversi anni.

OSSERVANDO nel dettaglio le prestazioni vigenti legate per varie ragioni alla maternità, i criteri di riconoscimento variano in modo sostanziale e addirittura contraddittorio.

SI È RESTRITTIVI sul bonus bebé di 80 euro o di 160 al mese per tre anni e per l’assegno ai nuclei familiari numerosi (di 141,30 euro mensili per 13 mensilità), subordinati a rigidi limiti reddituali, rappresentati dall’Isee.
E’ invece subordinato ad Isee l’assegno pagato dai Comuni di 338,89 euro mensili per 5 mesi, ma con parametri diversi da quelli richiesti per i bonus bebé e l’assegno ai nuclei familiari numerosi.

PIÙ CIRCOSTANZIATO ancora è l’assegno di maternità pagato dallo Stato (di 2.086,24 euro), a cui potranno accedere lavoratrici occasionali, precarie o in cassa integrazione, purché abbiano almeno 3 mesi di versamenti contributivi precedenti il parto.

«UN PERCORSO tortuoso – osserva Piccinini –. Non è questo il modello di welfare adatto per sostenere le maternità. I bonus sono una risposta tanto demagogica quanto iniqua. Sarebbe più utile pensare ad un unico istituto di sostegno alla genitorialità che corrisponda davvero ai bisogni diversificati delle famiglie».

PER ORIENTARSI meglio in questo ginepraio di norme e requisiti così complicati, a breve Inca Cgil pubblicherà una guida ai permessi e congedi, destinata a mamme e papà che lavorano.

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OCCHIO ALL’IRPEF

Chi dovrà restituire il bonus di 80 Euro

L'anno scorso furono centomila i toscani a vederselo sfilare

di SAMUELE BARTOLINI sul Tirreno 6 Marzo 2017

Forse non la sapete ancora tutta sul bonus degli 80 euro. Con questa guida proviamo a darvi alcune dritte, ma soprattutto cerchiamo di mettervi in guardia dalle possibili sorprese sgradite. L’ultima chiamata per la dichiazione dei redditi arriva con l’estate, sarà lì che potrebbe saltare fuori la brutta sorpresa. Potreste essere costretti a restituire i 960 euro di bonus accumulati l’anno precedente. Decisamente un boccone troppo amaro da mandare giù tutto insieme. Facciamo allora un passo alla volta. Vediamo intanto il dato generale. L’anno scorso, in seguito alla presentazione delle dichiarazioni dei redditi, ben 1,7 milioni di contribuenti italiani – di cui dovrebbero essere almeno 100mila i contribuenti toscani – hanno dovuto restituire parzialmente o integralmente quanto riconosciuto in più in busta paga dal proprio datore di lavoro. Va messo in conto un altro milione e mezzo di contribuenti che invece ha recuperato il bonus perché non era stato attribuito correttamente dal datore di lavoro. Quest’anno è ancora presto per sapere quanti contribuenti lo dovranno restituire e quanti recuperare, il momento della dichiarazione dei redditti è ancora lontano, ma il rischio di restituirlo potrebbe essere dietro l’angolo se i vostri redditi complessivi annui fossero cambiati: cioè se sono scesi sotto 8mila euro lordi l’anno o saliti sopra 26mila. 

IL BONUS DEGLI 80 EURO E LE FASCE DI REDDITO. Una nota di Cgil Toscana per Il Tirreno mette in fila le cose fondamentali da sapere. «Il bonus degli 80 euro spetta a tutti i lavoratori dipendenti e assimilati per redditi complessivi compresi tra gli 8mila e i 26mila euro lordi annui». Chi ne ha diritto? Sempre la Cgil: «A tutti i lavoratori dipendenti e a coloro che percepiscono redditi assimilati come i soci lavoratori delle cooperative, i disoccupati che percepiscono l’indennità di disoccupazione, i lavoratori in mobilità e in cassa integrazione, i titolari di borse di studio e assegni di formazione professionale, i collaboratori coordinati e continuativi e quelli a progetto, i lavoratori impiegati in lavori socialmente utili». 

CHI LO DEVE RESTITUIRE. La domanda centrale è: in quali casi si deve restituire il bonus? La risposta è dentro una tabella: se il redditto complessivo viaggia molto basso, tra lo 0 e gli 8mila euro, non si ha diritto al bonus; da 8mila a 24mila euro il bonus è “pieno” e rimane fisso a 960 euro all’anno; ma basta che il reddito raggiunga quota 24mila e 500 euro e il bonus scende a 720 euro; a 25mila il bonus cala a 480 euro; a 25mila e 500 euro raggiunge la quota più bassa: 240 euro; fino a quando il reddito “sfora” i 26mila euro e il bonus svanisce. Insomma, il diritto o meno a incassarlo in busta paga passa dalla dichiarazione dei redditi. Il vostro redditto complessivo annuo scende sotto gli 8mila euro? Risultate incapienti, non ci sono imposte da pagare e conseguentemente non avete più diritto al bonus. Mirko Lami del direttivo regionale Cgil fa un esempio concreto: «Mettiamo che la vostra azienda sia in crisi, scatta la solidarietà al 50%, lo stipendio è superiore agli 8mila euro: il bonus vi spetta. Ma se dopo il primo trimestre, per il perdurare e l’aggravarsi della crisi, la solidarietà passa al 60% e andate sotto gli 8mila, il bonus non vi spetta più e dovrete restituirlo in tutto o in parte». Come? O in un’unica soluzione oppure diluito fino a 5 rate mensili: un’opzione che si può esercitare al momento della dichiarazione. E per chi “sfora” quota 26mila? Risponde Daniele Mercati del Caf Cgil Toscana: «Diciamo che una persona lavora per tre mesi con orario e paga regolari, come da contratto, poi arriva la crisi, è costretto a rimanere a casa e ha 3 mesi di disoccupazione; contemporaneamente però ha un reddito che entra dall’affitto di un appartemento di proprietà oppure il figlio a carico non lo è più perché comincia a lavorare. Questi sono casi di sforamento di quota 26mila e il lavoratore sarà obbligato a restituire parzialmente o integralmente quanto riconosciuto in più in busta paga dal proprio datore di lavoro». 

I CONSIGLI PER EVITARE BRUTTE SORPRESE. È il datore di lavoro che riconosce in maniera automatica gli 80 euro in busta paga, sarà dunque buona prassi del lavoratore comunicare le variazioni delle entrate complessive al datore di lavoro o all’ufficio paghe dell’azienda, ogni volta che queste si presentano. Se poi c’è un unico rapporto di lavoro, gli errori nell’erogazione del bonus si recuperano in fase di conguaglio, a cavallo dell’anno, senza aspettare la dichiarazione dei redditi. «La prudenza consiglia – chiude Mercati –, di chiedere che il lavoratore faccia una proiezione del reddito annuo complessivo che si potrà incamerare in quell’anno. Bene rivolgersi al datore di lavoro o venire in uno dei nostri Caf per fare il calcolo complessivo. In questo modo il bonus potrà essere stoppato in tempo qualora si presuma di non rientrare più nella fascia tra gli 8mila e i 26mila entro la fine dell’anno».

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Malattia e sanzioni

da la Nazione 20 Febbraio 2017

UN VADEMECUM che riassume le regole che i lavoratori dipendenti devono rispettare in caso di malattia sarà affisso in tutti gli ambulatori dei medici di famiglia della provincia di Firenze. L’iniziativa (frutto di una collaborazione tra Inps e l’Ordine dei Medici) servirà ad evitare errori nella compilazione del certificato telematico, possibili sanzioni e incomprensioni con il proprio medico. Perché se il medico deve inviare il certificato telematicamente all’Inps e al datore di lavoro, il lavoratore deve controllare che l’indirizzo di reperibilità durante la malattia, sia corretto e completo. Per evitare sanzioni, il lavoratore dipendente deve rispettare le fasce orarie di reperibilità anche sabato, domenica e festivi; deve avvisare l’Inps e il datore di lavoro in caso di variazione di reperibilità; assicurarsi che il suo nominativo sia ben visibile sul campanello e, infine, rispettare le disposizioni del proprio contratto di lavoro. E’ importante anche sapere che ciascun medico che visita il lavoratore è tenuto al rilascio del certificato telematico o in alternativa cartaceo.

La Locandina Inps

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