Chi era Giuseppe di Vittorio?
a cura di Eugenia Valtulina, responsabile della Biblioteca "Di Vittorio" della Cgil di Bergamo.

Le nuove generazioni sanno poco o nulla di Giuseppe Di Vittorio, certamente una delle personalità più ricche e affascinanti espresse dal movimento sindacale italiano, e la responsabilità di questa lacuna deve pesare sulla Cgil, che quasi nulla ha fatto per farlo conoscere. Riassumere in poche note la sua vita, da umile bracciante nato nel 1892 a Cerignola a leader carismatico della Cgil morto repentinamente nel 1957 a Lecco, dopo un incontro con i delegati, è un’impresa ardua, se si vuole restituire almeno il segno di un’esistenza trascorsa dalle precoci esperienze sindacali alla strenua lotta antifascista (che gli costò il carcere e l’esilio in Francia, da cui passò in Spagna per combattere nelle Brigate internazionali) per arrivare - negli anni della vita democratica italiana – alle mille battaglie per affermare il diritto al lavoro, al benessere, per la ricostruzione dell’Italia, per l’edificazione di uno stato repubblicano. Ricca è la bibliografia su Giuseppe Di Vittorio, e a questi volumi si rimanda per informazioni dettagliate e per la lettura diretta di molti dei suoi discorsi, che, ancor oggi, colpiscono per le straordinarie intuizioni e per la attualità dei ragionamenti.

Profondamente comunista, Giuseppe Di Vittorio visse la militanza politica così come quella sindacale come un’adesione quasi “fisica” ai bisogni umani, esercizio di moralità mai disgiunto dalla volontà di risolvere i problemi dei lavoratori in una visione unitaria e democratica. Firmatario del Patto di unità sindacale di Roma del 1944 con Achille Grandi per i democristiani e Emilio Canevari per i socialisti, divenne segretario generale della Cgil unitaria e poi, dopo la scissione, della Cgil fino alla sua morte; tra le sue innumerevoli iniziative, va almeno ricordato il Piano per il lavoro, del 1949. Un progetto di sviluppo economico, per molti versi certamente manchevole, ma finalizzato all’aumento dell’occupazione e alla crescita del Sud, per la cui realizzazione Di Vittorio chiamava a raccolta tutte le risorse pubbliche e private, rivolgendo contemporaneamente un appello alla classe operaia del nord perché concorresse, sulla base di un programma, alla ricostruzione del paese e al suo sviluppo.

La sua convinta adesione agli ideali comunisti fu comunque sempre contraddistinta da una totale autonomia, che ebbe il suo momento più noto nella condanna decisa della feroce repressione sovietica in Ungheria nel 1956: “Il socialismo è libertà, il socialismo è giustizia, bontà, umanità. Senza consenso popolare e senza puntare sulla conquista ideale e politica e non sulla coercizione si rischia di far fallire ogni sforzo collettivo di ricostruzione e di rinnovamento”.

Un altro punto fermo del suo pensiero fu il rifiuto della violenza nelle lotte di massa e nell’azione del movimento sindacale, convinto come era che nel nuovo regime democratico ai lavoratori erano dati gli strumenti pacifici per sviluppare le loro rivendicazioni e per allargare la loro influenza sugli altri ceti della popolazione italiana. Anche per questo, si impegnò in prima persona nell’elaborazione della Costituzione e, nell’attività parlamentare alla Camera, per la promulgazione di molte leggi sociali.

Non ebbe esitazioni ad ammettere pubblicamente gli sbagli della organizzazione che dirigeva, e memorabile in questo senso rimane il discorso al comitato direttivo della Cgil dell’aprile del 1955, dopo la sconfitta alle elezioni dei rappresentanti dei lavoratori alla Fiat.

Fino agli ultimi giorni della sua vita, Giuseppe Di Vittorio continuò la lotta per l’unità sindacale, a proposito della quale scriveva: “Per salvaguardare la propria unità e la propria efficienza il sindacato deve tener conto che di esso fanno parte lavoratori di differenti e opposte ideologie, per cui è obbligato a non urtare sentimenti e convinzioni dei lavoratori delle varie correnti. Da ciò deriva la necessità che il sindacato come tale si astenga dal prendere una propria posizione di natura strettamente politica, Vi sono però problemi politici che si intrecciano con quelli sociali e che perciò possono essere di grande interesse per tutti i lavoratori. Su questi problemi il sindacato deve prendere e sostenere attivamente una propria posizione”. Nel dopoguerra, Giuseppe Di Vittorio fu due volte a Bergamo: la prima nel 1950, la seconda il 17 aprile 1955, quando tenne il comizio in piazza Vittorio Veneto a cui si riferisce la fotografia.

 

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Oltre agli Atti dei congressi della Cgil e alla raccolta degli interventi parlamentari, si veda:

Per l’unità sindacale mondiale. Riassunto del rapporto di Saillant, interventi di Di Vttorio [et al.], a cura di Gianluigi Bragantin, Roma 1957.

Anita Di Vittorio, La mia vita con Di Vittorio, Firenze 1965.

Di Vittorio l’uomo, il dirigente, a cura di Antonio Tatò, 3 voll. , Roma 1969.

Luciano Lama, Di Vittorio, Roma 1972.

Michele Pistillo, Di Vittorio 1924-1944, Roma 1975.

Michele Pistillo, Di Vittorio 1944-1957, Roma 1977.

La Cgil di Di Vittorio 1944-1957. Scritti e interventi di Giuseppe Di Vittorio commentati da Luciano Lama, a cura di Fabrizio D’Agostini, Bari 1977.

Unità e autonomia del sindacato nel pensiero di Giuseppe Di Vittorio. Convegno unitario della Federazione Cgil Cisl Uil, Roma 14-15 dicembre 1977, Roma 1978.

Davide Lajolo, Il volto umano di un rivoluzionario. La straordinaria avventura di Giuseppe Di Vittorio, prefazione di Luciano Lama, Firenze 1979.

Le ragioni della Cgil. Giuseppe Di Vittorio alla classe lavoratrice della Lombardia, a cura di Maria Costa e Adolfo Scalpelli, con un saggio di Vittorio Foa, Milano 1992.

Adriano Guerra, Bruno Trentin, Di Vittorio e l’ombra di Stalin. L’Ungheria, il Pci e l’autonomia del sindacato, Roma 1997.