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CIAMPI E I MINATORI DI RIBOLLA

di Massimiliano Frascino sull'Unità

Èstata una giornata intensa quella vissuta ieri a Ribolla. Le celebrazioni per ricordare lamorte di 43 minatori uccisi dal grisù il 4 maggio del 1954 sono andate avanti per l’intera giornata, con una grande partecipazione popolare.

Alle 17:00, un emozionato Leonardo Marras, sindaco di Roccastrada, ha letto alle famiglie dei minatori invitate per ricevere le stella al merito del lavoro il messaggio di saluto inviato dal presidente della Repubblica, Carlo Azelio Ciampi, che ha  sottolineato di «essere vicino alle famiglie delle vittime con sentimenti di commossa solidarietà.

Conservo un ricordo intenso di questo tragico episodio, e mi tornano alla mente le immagini dei familiari straziati nel dolore e composti nel contegno. Commemorare oggi quel drammatico evento - ha scritto Ciampi - vuol dire sottolineare il cammino percorso nella difesa della vita e della dignità dell’uomo. La memoria - ha aggiunto il presidente della Repubblica - è un dovere e deve contribuire a rafforzare l'impegno e la responsabilità comune di istituzioni e società civile per rendere sempre più concrete ed efficaci le condizioni di sicurezza dei luoghi di lavoro».

La giornata è iniziata alle 8:10 con il suono della sirena della miniera, che ha aperto le manifestazioni destinate a proseguiranno per un mese: la prima settimana sarà dedicata al dolore, la seconda alla narrazione, la terza al luogo, la quarta al futuro.

Anche il contributo del presidente della Provincia, Lio Sheggi, ha voluto rendere omaggio al valore dei minatori in chiave attuale. «Le miniere - ha detto - evocano le fatiche di un lavoro tra i più duri: "il pane e l'inferno", come diceva Padre Balducci, ma anche l'orgoglio di alte professionalità e di lotte sociali coraggiose, che sono parte essenziale della nostra storia locale. Oggi - ha concluso - nel rievocare la memoria di queste persone, credo che il compito delle Istituzioni sia quello di ascoltare e di accompagnare le trasformazioni di un’identità robusta, com’è quella della gente dei nostri paesi e villaggi minerari, assecondando il bisogno, che avvertiamo, di trovare un equilibrio tra la capitalizzazione di quell’identità e la necessaria disponibilità al nuovo»

Due i segni tangibili della ricorrenza. Il primo è il cubo nero, il ricordo della miniera, collocato in una strada del paese, realizzato dall’architetto Daniele Cariani; il secondo lo ha fatto fare l'azienda vitivinicola Zonin, proprietaria del terreno dove sorgeva il pozzo Camorra e ora zona di vigneti: 43 cipressi (uno per ogni minatore morto), disposti a cerchio con attorno alcuni carrelli da miniera.


«Se parte il gas, qui non si salvano nemmeno i topi»: parla Florido Rosati, capocompagnia Cgil. «La strage fu la conseguenza logica della politica padronale»

Ribolla, 4 maggio ’54: la morte e il carbone

Una miniera da dismettere, un’esplosione tremenda, 43 minatori uccisi: cinquant’anni fa una tragedia che divise il paese

Condizioni di lavoro inumane, nessun rispetto delle norme di sicurezza: solo la Cgil ebbe il coraggio della denuncia

Massimiliano Frascino sull'Unità 5/5/04

GROSSETO «Se parte il gas, qui non si salvano nemmeno i topi». Fu questa la considerazione preveggente che la mattina di lunedì 4 maggio 1954 fece il capo compagnia comunista e iscritto alla Cgil Florido Rosati, controllando il livello di saturazione dell'aria con la sua 'lampada grisumetrica'.

Erano più o meno le sette della mattina, e Rosati si trovava nella galleria di base, dove era sceso per verificare lo stato dei fuochi sprigionati naturalmente dalle viscere della miniera. Più o meno alle 7.20 Rosati era in cima alla bocca di pozzo per tornare a casa sua, a Montemassi. Poco meno di un'ora dopo, un'esplosione innescata dalla miscela di aria e grisù, avrebbe «assassinato» 43 minatori del primo turno appena scesi nelle gallerie del pozzo 'Camorra'.

Una vicenda tragica ed emblematica, che sarebbe passata alla storia come la strage di Ribolla, della quale oggi nel paese maremmano, in provincia di Grosseto, si celebra il 50° anniversario.

La botta del gas. «Quel giorno - spiega Rosati - ero comandato di terzo turno, e avevo lavorato la domenica notte perché il ritmo della miniera non corrispondeva a quello degli uomini. Quando arrivai a casa, mi girai e vidi a valle il pennacchio di fumo nero che usciva dal Camorra; pensai che si trattasse del fuoco che era ripartito dentro la galleria 33, e invece era arrivata la botta del gas. Io ero nelle squadre di avanzamento, all'abbattaggio, dove si sparavano le mine e si estraeva il carbone.Secondo me l'esplosione fu la conseguenza del 'giro d'aria' che fu dato per aereare le gallerie; aprirono le porte di sicurezza in maniera diversa dal solito, e l'aria miscelata al grisù venne innescata dal fuoco. Questa è stata la conseguenza delle condizioni di lavoro disumane e del mancato rispetto delle norme di sicurezza».

Una versione dei fatti confermata dalle conclusioni dell'inchiesta della Cgil, della perizia giudiziaria, dell'inchiesta del Ministero e del Distretto minerario. L'esplosione avvenne nella galleria 'vecchia 31', alla convergenza con la 'iscenderia' che la congiungeva alla galleria 32, dove una squadra di 4 minatori stava tentando di domare un incendio.

Al di là del meccanismo concreto dell'innesco, però, la verità che solo i chimici della Cgil ebbero il coraggio di dire sin da subito a voce alta, è che quella tragedia improvvisa, ma non imprevista, era solo la conseguenza logica della politica aziendale della Montecatini, che oramai aveva deciso di dismettere il bacino carbonifero di Ribolla. All'inizio degli anni '50 non era più conveniente estrarre carbone in Italia, e il colosso privato della chimica nazionale - che con l'autarchia fascista aveva fatto soldi a palate grazie al carbone necessario all'industria bellica - optò per la politica della dismissione graduale, tagliando gli investimenti in sicurezza per abbattere i costi e poter spremere il 'limone' fino alla fine.

A rendere note al Paese le condizioni inumane in cui lavoravano i minatori - ad una temperatura che arrivava a 40° - ci avevano pensato poco tempo prima Luciano Bianciardi e Carlo Cassola, con il loro libro inchiesta su I minatori della Maremma.

Dopo la strage di Ribolla, poi, lo stesso Bianciardi, ne La vita agra, dedicò l'intero secondo capitolo del libro alla ricostruzione meticolosa degli eventi e del clima politico e sociale di quegli anni, che riportò anche in alcuni articoli scritti sull'Unità.

«In miniera, durante il fascismo - continua Florido Rosati - ci mandavano in punizione i comunisti. Nel dopoguerra la Montecatini ci spediva all'avanzamento, e chi faceva attività sindacale con la Cgil rischiava di perdere il posto di lavoro. Nel '52 scioperammo cinque mesi consecutivi per ottenere più sicurezza e migliori condizioni di lavoro. Capimmo infatti che la Montecatini pensava di dismettere l'attività di estrazione del carbone quando arrivò il nuovo direttore Leonello Padroni. Con lui, infatti, passammo dalla tecnica d'estrazione a tagli discendenti e a riempimento delle gallerie esaurite con terra sterile, che non si surriscaldava e non s'incendiava a contatto con il carbone, a quella basata sullo sbancamento 'a rapina', con il riempimento 'per frano'. Una tecnica obsoleta e molto pericolosa per chi lavorava nelle gallerie».

Licenziati. Il 25 aprile 1959 - una perfida scelta simbolica - la Montecatini mandò 250 lettere di licenziamento ai minatori di Ribolla, e nel giro di pochi mesi fece smantellare i castelli e le strutture ausiliarie di pozzi. Quasi a voler eliminare ogni traccia di un passato imbarazzante.

«Io - conclude Rosati - sono comunista, partigiano e iscritto alla Cgil. Ho cominciato a leggere l'Unità nel 1943, quando si rischiava di essere fucilati. Oggi sono contento che si faccia qualcosa per ricordare quei 43 disgraziati morti nel 1954, ma anche per le decine di morti in miniera negli anni precedenti, in tanti incidenti sul lavoro. Provo ancora rancore per quello che è successo e per come ci hanno trattato. Un rancore che ancora non passa».

ricordi di cronista

«In auto con Bianciardi, Cassola

e Pollini fino alla bocca del disastro»

Un giorno dell'autunno ’53 il direttore ricevette dalla commissione interna della Montecatini di Ribolla la richiesta di mandare un giornalista nel piccolo centro del Grossetano per occuparsi di una situazione drammatica che si stava creando in miniera. Toccò a me partire. Non appena arrivato, i compagni della commissione interna mi accompagnarono nel pozzo più profondo della miniera (più di 200 metri sotto il livello del mare) dove ebbi subito la prova di ciò che denunciavano da tempo. I lavoratori erano continuamente investiti da fughe di grisù, il malefico gas che non solo toglieva il respiro e minacciava la salute, ma, se la sua concentrazione avesse varcato una certa soglia di rischio, avrebbe potuto dar luogo a una spaventosa deflagrazione.

Era noto che la Montecatini aveva già deciso di chiudere quella come altre miniere, e perciò le misure di sicurezza erano state gravemente indebolite. Il mio articolo sulla «Gazzetta» non risparmiò niente alla proprietà dell’azienda. E quest’ultima, a sua volta, reagì con toni violenti, minacciando querele al giornale e soprattutto accusando i rappresentanti dei minatori di aver diffamato e recato danno all’immagine della Montecatini. Ricordo con commozione il compagno Otello Tacconi, colpevole appunto di «diffamazione» e licenziato per rappresaglia. Nei mesi successivi, nel quadro di un riassetto della stampa del Pci, passai a «l’Unità». Stavo facendo le mie prime letture gramsciane, e chiesi di andare all'edizione di Torino, la «città proletaria per eccellenza». Ma nei primi giorni di maggio 1954 ero sceso nel Grossetano a salutare familiari ed amici. Il mattino del 4, prima di prendere il treno per il ritorno a Torino, in un incontro combinato da Renato Pollini, indimenticato sindaco di Grosseto, mi trovato con altri due cari amici: Luciano Bianciardi (che continuo a considerare uno degli scrittori più originali del Novecento italiano) e Carlo Cassola, entrambi miei insegnanti di liceo. Stavamo parlando della mia avventura torinese, quando il sindaco ricevette una telefonata, e subito una violenta emozione si manifestò sul suo volto. Si rivolse a me: «Temo che non potrai prendere quel treno. È esplosa la miniera di Ribolla, ci sono tanti morti».

Poco più di mezz’ora dopo, con la macchina di Pollini, eravamo tutti e quattro dinanzi all’uscita della miniera. Ad ogni minatore senza vita che veniva portato in superficie, la ricerca e la disperazione di una famiglia esplodeva in un urlo disumano. Poche ore dopo arrivò da Roma il direttore de «l'Unità», Pietro Ingrao. A sera dettò un editoriale molto commosso. Io feci la cronaca della giornata. Credo d’aver scritto, quel giorno e il giorno successivo, i peggiori «pezzi» della mia vita. La commozione e la rabbia travolsero i canoni della professione. Commozione e rabbia dominarono anche i funerali, cui parteciparono più di cinquantamila persone. Ricordo che il segretario della Cisl, Pastore, fu duramente contestato, e solo la straordinaria autorità morale di Di Vittorio, il suo richiamo alla calma, riuscirono a farlo parlare.

Poco tempo dopo Luciano Bianciardi lasciò Grosseto e si trasferì a Milano, per far saltare con una carica di grisù di sua invenzione - come amava dire - il «torracchione» della Montecatini. Quando lavoravo a Livorno ero riuscito a convincerlo a scrivere per la terza pagina della «Gazzetta». La collaborazione proseguì sulla terza pagina de «l'Unità» torinese. Ci incontravamo spesso ed era difficile, ogni volta, sfuggire al ricordo della tragedia di Ribolla. Adalberto Minucci