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Marzo 1913 / Alla base delle attuali relazioni industriali

Lo sciopero che cambiò l’Italia

Una vicenda durata oltre tre mesi Protagonisti la Fiom e il Consorzio delle fabbriche dell’automobile

di Valerio Castronovo sul Sole 24 Ore

Quello indetto nel marzo 1913, novantun’anni fa, sarebbe passato alla storia come lo sciopero più lungo di tutta la vicenda sindacale italiana, in quanto si protrasse per ben tre mesi e oltre. Tuttavia non è tanto per questo motivo che oggi vale la pena di ricordarlo, bensì per il fatto che l’accordo infine siglato tra le controparti pose le basi nel nostro Paese di un sistema di relazioni industriali che, collaudato durante gli ultimi tornanti dell’età liberale, sarebbe poi tornato in auge dopo la caduta del fascismo e a far testo da allora nella contrattazione in campo industriale.

La vertenza, che ebbe inizio il 19 marzo, concerneva la regolazione dei rapporti di lavoro sia a livello istituzionale che all’interno delle aziende. E vide per protagonisti, da un lato, la Fiom e, dall’altro, il Consorzio delle fabbriche dell’automobile. Per il sindacato si trattava di ottenere la rappresentanza collettiva delle maestranze e la possibilità concreta per i suoi delegati di verificare le condizioni di lavoro nelle officine. Per gli industriali si trattava sia di evitare il ricorso da parte della Fiom alla "tattica tedesca" (ossia al conseguimento, di volta in volta, di contratti più vantaggiosi presso qualche stabilimento per chiederne subito dopo l’applicazione in tutti gli altri), sia di stipulare un accordo-quadro, per un certo numero di anni, che consentisse di introdurre le innovazioni tecniche ritenute più adeguate per accrescere la produttività.

Non essendo riusciti i due contendenti, un anno prima, a trovare un accordo nel corso di un’agitazione prolungatasi per due mesi, si era così tornati ai ferri corti allorché la Fiom aveva riproposto tal quali le sue precedenti rivendicazioni. Nel frattempo, peraltro, lo scenario era sensibilmente cambiato. Sul fronte sindacale era cresciuta l’influenza degli anarco-sindacalisti; e su quello imprenditoriale gli esponenti delle principali aziende meccaniche e metallurgiche torinesi avevano serrato le file per sbarrare il passo a qualsiasi genere di novità sul versante contrattuale, anche a costo di entrare in rotta di collisione con i colleghi del comparto automobilistico.

La controversia venne così allargandosi e inasprendosi non senza implicazioni di carattere politico, anche perché sembrava che a Milano dovesse succedere prima o poi quanto stava accadendo a Torino. Tutto ciò mise in allarme Giolitti. Si era in vista delle prime elezioni politiche a suffragio universale maschile, fissate per l’ottobre di quell’anno, e sarebbe stato perciò un guaio grave se si fossero accesi, proprio in un momento così delicato, pericolosi focolai di tensione sociale nei maggiori centri industriali.

D’altra parte, il presidente del Consiglio non aveva perso la speranza di un’alleanza in sede parlamentare con i socialisti riformisti di Turati, in modo da poter ampliare il consenso dei ceti popolari attorno alle istituzioni liberali. Giolitti s’augurava perciò che gli industriali dessero prova di apertura nei riguardi della Confederazione generale del lavoro. A tal fine incaricò l’uomo su cui più confidava tra i suoi principali sostenitori, ossia il direttore della Stampa Alfredo Frassati, di adoperarsi a sostegno di un’intesa che assicurasse al mondo della produzione e del lavoro «una vita tranquilla, contro i danni e i rischi di una nuova lotta, per un certo numero di anni». Una sorta insomma, di concertazione ante litteram.

Del resto, come il capo del Governo disse anche ad Agnelli (che presiedeva il Consorzio degli industriali dell’automobile), era indispensabile, in ogni caso, scongiurare una radicalizzazione del conflitto sul piano politico. Ma i rappresentanti del settore metallurgico non vollero sentire ragione, tanto che decisero unilateralmente di proclamare dal 26 maggio la serrata di tutti i loro stabilimenti. E ciò diede fiato, presso la base operaia, alla corrente sindacalista-rivoluzionaria. Per tutta risposta, Giolitti ordinò che il presidente della Lega industriale di Torino, Louis Bonnefon, d’origine francese, fosse espulso su due piedi dall’Italia. Dato che questi, essendosi pronunciato perché non si cedesse d’un pollice alle richieste sindacali, aveva mancato ai "riguardi" che avrebbe dovuto osservare per il Paese che lo ospitava, comportandosi perciò in modo tale da «non eccitare o invelenire le agitazioni degli operai, suscettibili di gravi effetti politici e sociali».

Venne così sbloccata, con un intervento dall’alto non certo ortodosso, l’impasse in cui erano finiti i negoziati. D’altro canto, il nuovo leader della Lega industriale Dante Ferraris (che sarebbe poi divenuto nel 1919 presidente della Confindustria) convinse i rappresentanti del settore metallurgico a far marcia indietro, sia pur obtorto collo.Di conseguenza, Agnelli potè concludere il 21 giugno le trattative con il segretario della Cgil D’Aragona e quello della Fiom Bruno Buozzi. In base all’intesa firmata dopo oltre 90 giorni di sciopero, fecero il loro esordio in Italia l’istituto del contratto collettivo e le Commissioni interne di fabbrica.

In compenso, gli industriali ottennero, se non proprio mano libera, ampia facoltà di introdurre le innovazioni più confacenti a una razionalizzazione dei procedimenti di lavoro, che preluse all’impianto delle prime linee meccanizzate di montaggio. All’orizzonte erano comparse le teorie dell’ingegnere americano Frederick Taylor; e Gino Olivetti, segretario della Lega industriale di Torino e del Consorzio automobilistico, ne aveva preso buona nota. Ciò che spiega come Agnelli e altri industriali più avvertiti si fossero impegnati per un accordo con il sindacato che consentisse di ridisegnare le modalità e le sequenze della produzione, nonché le singole mansioni degli operai, in funzione di un ciclo verticale e integrato delle lavorazioni. Dato che in tal modo si sarebbero potuti elevare gli indici unitari di rendimento, eliminare i tempi morti e ridurre i costi di gestione.