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Storia degli scioperi generali 

 

Un secolo in sciopero (Il Manifesto 11/4/2002)

 

di Adolfo Pepe

 

Tra il dicembre 1900 e il settembre 1904 due scioperi generali, uno a Genova e in Liguria, il secondo esteso all'intero paese (il primo sciopero generale nazionale in Europa), segnano l'entrata dell'Italia nella storia del Novecento. Lo sciopero generale di Genova fece precipitare la crisi del Governo Saracco (che si dimetterà nel febbraio 1901) e spostò radicalmente i termini stessi della discussione e delle proposte politiche sia tra le forze di Governo che nei diversi settori della sinistra parlamentare. La scelta obbligata per uscire dal «decennio infausto» e aprire una stagione liberale e moderna non fu più tra un progetto autoritario di riformismo sociale ed uno di riformismo politico, bensì il riconoscimento della libertà di associazione delle forze sociali, della funzione positiva che riveste l'azione rivendicativa e conflittuale del sindacato e dei lavoratori, fattori decisivi della modernizzazione del paese. 

La classe dirigente politica ed economica si divise tra coloro che si ostinavano a negare questa nuova realtà e le forze che invece intuirono che il liberalismo doveva allargare la struttura dei diritti sociali ed economici delle classi lavoratrici e modificare quella concezione stessa dello Stato, classista e proprietaria. Di non minore rilievo furono le ripercussioni nel campo delle opposizioni, a loro volta paralizzate dal dilemma tra minimalismo filo-governativo e radicalismo agitatorio e predicatorio. Lo sciopero generale di Genova, le sue modalità d'azione e i suoi obiettivi rilevarono che nella società moderna il punto cruciale era la formazione, la gestione e la finalizzazione della forza organizzata nella relazione con le altre classi sociali e con le istituzioni pubbliche.

Giolitti e Turati, comprendendo questa profonda innovazione della politica nell'età del sindacato, «utilizzarono» la forza d'urto dirompente che scaturì da quello sciopero generale, per rinnovare le coordinate storiche dell'Italia. Anche essi, tuttavia, furono ben presto travolti dall'illusione che sarebbe bastata quella semplice operazione di apertura di credito reciproco e una alleanza tra le ali liberali e socialiste del riformismo politico, per realizzare un controllo permanente dello sviluppo e delle trasformazioni dell'Italia, relegando le strutture sindacali ad una limitata funzione prepolitica.

Lo sciopero generale nazionale del 1904 fece tramontare questa illusione. Il lavoro e il sindacato, ormai radicati nel tessuto sociale e produttivo, non erano forze transeunti utili solo per ridisegnare un equilibrio politico-parlamentare, ma una realtà ormai permanente con cui occorreva confrontarsi sistematicamente nel processo legislativo e decisionale, mettendo nel conto la necessità di modificare il profilo e l'ambito stesso della politica e della sua funzione, al di là del vecchio sistema oligarchico e censitario. Il Governo Giolitti continuò a sparare sui lavoratori (i famosi eccidi proletari) soprattutto nelle campagne e nel Meridione spingendo allora la Camera del Lavoro di Milano, nel settembre 1904, a rialzare la bandiera dei diritti del lavoro e a utilizzare lo sciopero generale contro il Governo liberale per chiedere che lo Stato non solo riconoscesse a parole la libertà sindacale ma che non impiegasse la forza delle istituzioni come strumento di repressione militare e di assassinio dei lavoratori.

Lo sciopero generale del settembre 1904, non a caso proclamato da Milano, infranse altresì l'illusione giolittiano-turatiana che si potesse avere per amico un Governo che, sul terreno economico e sociale, aveva dovuto rinunciare alla riforma tributaria, rivedere drasticamente il proprio riformismo economico e sociale e che si era venuto spostando sempre più a sostegno della riscossa della borghesia industriale e agraria che voleva annullare le conquiste salariali e contrattuali realizzate nei primi anni (1901-1902) del libero dispiegamento della dialettica rivendicativa e dell'azione sindacale.

Giolitti sanzionò la rottura dell'alleanza con Turati e volle contrapporre furbescamente la politica alla rappresentanza sociale: preferì sciogliere le Camere e indire elezioni politiche anticipate, sfruttando le paure dei diversi ceti borghesi e proprietari per ottenere un nuovo consenso al proprio ministero. Sconfisse Turati, che perse le elezioni, e sembrò vincitore al punto che la sua manovra divenne una sorta di archetipo del comportamento del Governo nei confronti dello sciopero generale. In realtà la sua stagione politica finì con quell'atto. Il destino del riformismo politico, liberale e socialista si bruciò nell'incomprensione del significato che l'azione e la presenza del sindacato ormai avevano non solo nella vicenda economica ma, direttamente, sul quadro politico e sulla qualificazione degli indirizzi programmatici del Governo e dei partiti. Quando nel 1906 si costituì la CGdL Turati era nel pieno della dissoluzione del riformismo politico e Giolitti aveva dovuto passare la mano a Sonnino. Egli non riuscì più ad invertire la deriva politica della classe dirigente ormai inclinata verso soluzioni illiberali, autoritarie, nazionaliste e fasciste, da Sonnino a Salandra a Mussolini.

Più complesso e diversificato è il significato che lo sciopero generale assume nel sistema politico ed economico dell'Italia repubblicana e nella ricollocazione della classe dirigente liberal-fascista nel nuovo ordine repubblicano e democratico. A differenza dell'età liberale, nell'Italia repubblicana la tipologia dello sciopero generale, ormai saldamente nell'ambito decisionale del sindacato confederale, assume tre valenze differenziate. In primo luogo, si viene codificando una forma di azione generale volta a unificare rivendicazioni e obiettivi di lotta economico-contrattuali che hanno come controparte la rappresentanza degli imprenditori o della proprietà agricola. 

Rientrano, in questa fattispecie, gli scioperi generali che da quello del luglio 1948 contro la pretesa della Confindustria di licenziare arbitrariamente giungono fino all'ultimo e più recente sciopero generale unitario di 8 ore del giugno 1982 contro la disdetta unilaterale della scala mobile. Il senso di questi scioperi generali è quello di affermare e di preservare il diritto della rappresentanza sociale alla contrattazione collettiva instaurando un sistema di relazioni stabili con le controparti, inducendole a desistere dalla loro tradizionale cultura autoritaria dei rapporti con i lavoratori.

In secondo luogo, gli scioperi generali sono stati proclamati con una precisa ed esclusiva finalità politica di contrasto nei confronti di politiche governative apertamente lesive della legalità costituzionale, sottoposta a continue e ricorrenti tensioni eversive sul fronte della violenza metalegale, istituzionale e fascista. Sono parte di questo percorso lo sciopero generale e la sua sapiente conduzione da parte di Di Vittorio dopo l'attentato a Togliatti (1948), quello contro la legge-truffa (1953), contro l'eversione fascista a Reggio Calabria (1972), contro la strage di Piazza della Loggia (1974), fino all'intero ciclo di mobilitazioni generali contro il brigatismo e lo stragismo.

Sicuramente gli scioperi generali più densi di significato e di conseguenze storiche sul più ampio contesto politico e sociale del paese sono quelli che rientrano in una morfologia assolutamente originale e per molti versi tipica delle vicende italiane di questo cinquantennio. In particolare due di essi, al pari di quelli dell'età liberale, appaiono eventi fondativi di una fase di difficile transizione per l'intero paese. Lo sciopero generale del luglio 1960 costituisce sicuramente un evento cruciale, al crocevia di due processi critici della società e delle istituzioni. In quell'estate, come è noto, maturò una prima gravissima crisi nel funzionamento dell'ordinamento repubblicano che mise in discussione il profilo costituzionale italiano, riproponendo l'alternativa tra un drastico restringimento delle libertà democratiche e l'apertura di una più ampia prospettiva di coinvolgimento del mondo del lavoro e del sindacato nello Stato democratico.

Quella crisi fu resa più drammatica dall'emergere delle tensioni e dei conflitti sociali di una modernizzazione economica che, ancora una volta, pur traghettando il paese verso una società industriale, scaricava costi sociali e contraddizioni strutturali quasi esclusivamente sui lavoratori. Il «passaggio» del luglio 1960 tra i rischi di involuzione autoritaria delle istituzioni, alimentati dal Governo Tambroni (sostenuto dai voti decisivi del Msi), e l'esplosione di una conflittualità inedita, fu ancora una volta governato dall'assunzione di un ruolo di responsabilità generale da parte della CGIL. Il sindacato riuscì, con lo sciopero generale proclamato dopo i fatti di Genova ed i morti di Reggio Emilia, a modificare gli orientamenti reazionari del Governo inducendo il Presidente del Senato a chiedere ed ottenere una tregua al sindacato per uscire dall'impasse. Da quell'atto scaturì quel processo di ridefinizione degli equilibri interni al mondo politico ed economico e si aprì quella decisiva evoluzione nel fronte politico della sinistra che portò al superamento del blocco politico-parlamentare centrista e all'apertura di una nuova stagione tendenzialmente riformatrice. Il funzionamento della democrazia venne ancorato all'antifascismo, valore insieme fondativo della Repubblica e presidio della libertà del mondo del lavoro.

Il ciclo conflittuale, che si apre con lo sciopero generale per le pensioni e contro le gabbie salariali, raggiunge la sua massima forza politica nel più drammatico e teso sciopero generale dell'intero periodo: quello del novembre 1969 per la casa e le riforme sociali. Culmina il 6 luglio 1970 nella caduta anticipata del Governo Rumor dopo la proclamazione di un nuovo sciopero generale unitario per il 7 luglio contro l'inerzia riformatrice del Governo. Anche Rumor come Giolitti tentò di sfuggire alla verifica dell'incapacità del Governo di centro-sinistra di attuare una coerente politica riformatrice e di mantenere con il sistema sindacale una corretta relazione. Dimettendosi e passando la mano ritenne di aggirare il problema, di indebolire il sindacato, di preservare alla classe politica una capacità di sintesi e di direzione sul semplice terreno della gestione parlamentare della crisi. Ma anche stavolta si trattò, puramente e semplicemente, della chiusura del ciclo innovativo apertosi dieci anni prima. La mano passava, ma a un nuovo quadro politico nel quale gli elementi di confusione, di debolezza e di restaurazione conservatrice avrebbero condotto a uno scenario di progressiva corrosione della tenuta delle istituzioni democratiche.

L'analisi di queste esperienze forse aiuta, in conclusione, a porre la questione cruciale che è sempre connessa con l'effettuazione di uno sciopero generale in Italia, quella del «dopo». Lo sciopero generale incide profondamente sugli assetti e sugli indirizzi complessivi del paese e questo avviene non nell'immediato ma a medio termine. D'altro canto sono decisivi il comportamento e le scelte di tutti gli attori sociali in una fase in cui si modificano le politiche e gli equilibri così all'interno dei diversi schieramenti che tra di essi e soprattutto gli equilibri tra il sistema politico nel suo insieme e la percezione che di esso hanno lavoratori e cittadini.