Fabbrica e salario. Stato, relazioni industriali e mercato del lavoro in Italia 1913-1927 di Maurizio Bettini, Livorno Belforti & C.Editori, 2002

Presentazione
Il volume costituisce una novità nel panorama degli studi di storia economica e sociale dell'Italia nei primi trent'anni del XX secolo. I temi al centro del libro sono molteplici e strettamente connessi tra loro poiché riguardano i rapporti di lavoro, la contrattazione del salario, l'evoluzione tecnologica e la struttura del mercato del lavoro.
In particolare l'Autore mette in evidenza le conseguenze negative della prima guerra mondiale sul processo di democratizzazione dei rapporti di lavoro in fabbrica.
Attraverso un accurato lavoro di analisi e verifica sia di testi coevi si di documenti aziendali, sia di verbali di accordi sindacali, il libro mette in risalto come e perché le relazioni industriali degenerarono nel primo dopoguerra nello scontro frontale tra imprenditori e classe operaia durante il "biennio rosso" con la conseguente ascesa del fascismo.
Ricco di dati statistici e ben documentato, nel libro figurano ben rappresentate non solo la Toscana, ma tutte le grandi realtà industriali italiane dell'epoca.

Il TIRRENO mercoledì 6 febbraio 2002
Storia di fabbriche e operai
In un libro gli avvenimenti che precedettero l'avvento del fascismo
Il minuzioso lavoro del ricercatore livornese Maurizio Bettini

di Maria Teresa Giannoni

LIVORNO. La crisi sociale italiana del primo dopoguerra che ha condotto all'instaurazione del fascismo. È il tema di un libro dello storico livornese Maurizio Bettini che ha risvolti di impressionante attualità. Si intitola «Fabbrica e salario - Stato, relazioni industriali e mercato del lavoro 1913-1927», edito da Sergio Tani, Paolo Belforte e soci, argomenti caldi anche in un'epoca come la nostra in cui il lavoro è tornato terreno di forte scontro. La pubblicazione è il risultato di un lungo e approfondito lavoro di ricerca. Maurizio Bettini, 38 anni, laureato in storia a Pisa con il professor Gian Carlo Falco, dottorato di ricerca all'Università Federico II di Napoli, ha insegnato alla facoltà di economia di Modena e collaborato con la Soprintendenza della Toscana.
Attualmente, oltre che continuare il suo lavoro di ricercatore al Dipartimento di Storia a Pisa, effettua consulenze e studi per conto di enti pubblici e imprese private. Un'attenzione continua la sua alla storia del movimento operaio, ai risvolti sociali provocati dai cambiamenti che si effettuarono alle soglie del fascismo. Il libro di Bettini è una miniera di dati, in cui non solo Livorno e la Toscana compaiono, ma tutte le grandi realtà industriali italiane dell'epoca.
Le grandi fabbriche, il ruolo degli industriali e del governo al confronto con gli altri paesi europei: qual era il clima che si respirava allora?
«Erano anni decisamente bui. La militarizzazione delle fabbriche e le leggi contro il disfattismo nel 1917 portarono a un giro di vite reazionario nel paese che aveva molte affinità con il fascismo, anche se ancora non si identificava con esso».
Perché quegli anni: tra il 1913 e il 1927?
«Dal '13 inizia un periodo di cambiamenti nei rapporti di lavoro in Italia, con gli scioperi dei metalmeccanici a Torino e Milano. Finisce nel '27 con la riduzione dei salari e lo scioglimento della Cgil, il '26 è l'anno della definitiva affermazione del fascismo».
Nel libro si guarda con attenzione ad alcuni fenomeni di quegli anni, quali il lavoro delle donne o il cosiddetto «biennio rosso», 1919-20. Spunti storici nuovi?
«Durante la prima guerra mondiale ci fu l'entrata in massa nelle fabbriche delle donne, ma fu negato loro il minimo legale di salario, cosa che non accadde neanche in paesi reazionari come l'Austria e la Germania. In parte ciò dipendeva dall'arretratezza dell'industria italiana. La grande industria siderurgica e meccanica lottarono fortemente poi contro il movimento operaio e i consigli di fabbrica per eliminare le conquiste sociali ottenute: una opposizione che culminò con la grande occupazione delle fabbriche del nord del 1920. Una novità è rappresentata dai dati statistici che vengono elaborati per stabilire la media effettiva dei salari pagati dall'industria tra il 1915 e il 1920. Questo è un punto importante del libro perché c'è la smentita definitiva delle tesi sui 'favolosi' salari degli operai, portata avanti da eminenti esponenti dell'intellettualità liberale come Luigi Einaudi e Giuseppe Prato.
Ma l'industria italiana era dotata di tecnologia?
«No, il dinamismo tecnologico era scarso, le innovazioni non esistevano proprio. Il fascismo ebbe un ruolo importante nel garantire una politica di bassi salari come fattore di espansione sui mercati internazionali».
Anche Livorno ebbe un ruolo importante.
«Sì, con lo sciopero del '18 che fu proclamato perché fosse pagata l'indennità caro viveri anche in malattia, in pratica l'introduzione di una scala mobile sul caro viveri. Una conquista che fu estesa a tutto il resto dell'industria italiana».
Perché tanto interesse oggi sulle conseguenze della prima guerra mondiale nella formazione della società di massa?
«Per l'analisi dell'instaurazione dei totalitarismi. In Italia in particolare c'è il tentativo di rivalutare il ruolo sociale degli industriali, addossando agli eccessi della classe operaia la nascita del fascismo. Il libro invece smentisce questa interpretazione».