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Rassegna Sindacale n. 19                                    21 maggio 2002

Tessili - Cent'anni di contrattazione in un libro Ediesse
Il secolo del sindacato di E. Ga.

A Milano, dove tutto è iniziato cent’anni fa e dove l’8 maggio di un anno fa si era cominciato a festeggiare i cent’anni del sindacato dei tessili, un anno dopo, sempre l’8 maggio, la Filtea chiude l’anno del centenario e lo fa presentando un libro a più mani, edito dall’Ediesse, che ricostruisce attraverso una ricerca della Fondazione Di Vittorio cent’anni di contrattazione nel settore (“Territorio e lavoro. Disegno storico della cultura contrattuale dei tessili”, Roma, 2002, 22 euro).  Come sempre in questi casi la presentazione di un volume, soprattutto se di carattere storico, è l’occasione per intrecciare passato, presente e futuro. Un passato per certi aspetti incredibilmente remoto e per altri, invece, molto attuale; un presente pieno di problemi nei rapporti tra le parti sociali, anche se nel settore tessile le tensioni tra le confederazioni si stemperano in relazioni da sempre improntate al pragmatismo e al rispetto reciproco; un futuro tutto da costruire e in cui il “sistema moda”, l’ultima incarnazione del settore, chiama tutti a sfide impegnative per mantenere in Italia un settore e attività che da decenni vengono definiti maturi e che invece dimostrano capacità di rinnovamento sorprendenti. A discuterne, con Valeria Fedeli, segretaria generale della categoria, Adolfo Pepe, lo storico che ha diretto la ricerca della Fondazione Di Vittorio, Innocenzo Cipolletta, presidente del gruppo Marzotto, Renato Ricci, direttore delle Risorse umane del gruppo Gucci, e Guglielmo Epifani, vicesegretario generale della Cgil, coordinati da Rinaldo Gianola del’Unità.
Il 900 è stato il “secolo del sindacato”, ricorda Pepe, non solo il “secolo buio” di totalitarismi, guerre e di tragedie come la Shoah. E la storia delle federazioni di categoria e della loro attività contrattuale è la chiave per leggere la faticosa costruzione, attraverso i contratti nazionali, dell’unità in un mondo, il lavoro, che di per sé nasce (e, lasciato a sé, si svilupperebbe) all’insegna della frammentazione. Sulla preminenza del contratto e del negoziato tra le parti rispetto alle leggi per quanto riguarda il lavoro insiste molto Cipolletta: le norme contrattuali si modificano se c’è il consenso e la mutua soddisfazione delle parti – sottolinea e il riferimento esplicito è alle vicende di oggi e al “non confronto” tra sindacati, Confindustria e governo –, cambiare una legge invece comporta invece che ci sia uno che vince e uno che perde (e a nessuno piace questo secondo ruolo). Sull’importanza della creatività, a tutti i livelli, centra il suo intervento Ricci. Modelli organizzativi diversi, sempre più piatti, responsabilità diffuse, ruolo del management come facilitatore: questo pretende un sistema moda che chiede a tutti il massimo della creatività. E anche le relazioni sindacali devono cambiare: non più relazioni tra controparti ma tra partner, che possono avere divergenze di interessi ma devono avere obiettivi comuni. Una sfida su cui Epifani è d’accordo ma ponendo qualche paletto: va bene che il sistema moda mette l’accento sul prodotto più che sul processo, ma per il sindacato anche il processo produttivo, le scelte che si fanno “a monte” del prodotto, sono importanti e bisogna quindi trovare il modo di legare i due momenti e di farne oggetto di vero confronto con chi rappresenta il lavoro. Un terreno di proposta che viene ribadito e specificato da Valeria Fedeli che accetta la sfida della qualità e la rilancia alla controparte.   La globalizzazione è un fenomeno ineluttabile e il tessile l’ha sperimentato prima di altri settori, ma bisogna arrivare a definire dei diritti sociali minimi, in Europa e là dove le imprese decentrano quote di lavoro. E bisogna trovare una sede nazionale bilaterale in cui discutere proposte comuni da portare poi nelle sedi dove si debbono prendere le decisioni.